GIPO ARBINO, IL COACH CON LA PIPA

Aveva uno stipendio garantito alla Vagnone&Boeri Abrasivi, poi decise si inseguire un sogno e fare il maestro di tennis. Una scommessa vinta, con un top 100 come Lorenzo Sonego da allenare e nuovi ambiziosi obiettivi da raggiungere. Con la pipa in mano
GIPO ARBINO, IL COACH CON LA PIPA
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Federico Ferrero
17 dicembre 2018

«Era appena uscito il film e, quando giocavo, esultavo gridando: Rambooo!. Un giorno, un articolista di un periodico locale scrisse: Gipo Rambo vince il Fioccardo, un torneo di terza categoria di Torino. Io mi chiamo Gian Piero, un nome per ciascun nonno; da allora, però, sono rimasto Gipo. A parte per mia madre, che non lo sopportava: quando telefonavano a casa chiedendo di Gipo, rispondeva che non sapeva chi fosse e metteva giù». Gipo Arbino, 63 anni portati con fierezza su un corpo atletico e massiccio, la pelle brasata da decenni di campo e di tribuna, è stato un tennista tardivo e fai-da-te, come a quei tempi poteva ancora capitare. Al padre, impiegato alla Fiat, e alla mamma, casalinga, del tennis non importava nulla e, fino a 18 anni, non aveva mai toccato una racchetta. «Però ricordo che ne ero attratto: in estate, andavamo in vacanza a Imperia e passavo interi pomeriggi a guardare quei signori che giocavano sul lungomare. Ero piccolo, non capivo: ma come, siete 15 pari e, tre punti dopo, il punteggio è due pari? Era uno sport strano, fin troppo, ma allo stesso tempo mi intimidiva e mi catturava». Poi, il tipico episodio da nulla che fa cambiare strada alla vita. Un gruppo di amici che si riunisce a Rivalba, fuori Torino, per il fine settimana; una casa con un salone, un cesto enorme pieno di racchette di legno e un’amica della comitiva, Barbara, l’unica a prendere lezioni di tennis. «Mi feci convincere a provare: andammo lungo il viale e giocammo per strada, io e lei. La prendevo, la palla. Nel giro di un mese, il prete di Rivalba decise di rifare il campo da calcio e, accanto, ne fece costruire uno da tennis, in terra battuta. Erano i primi anni Settanta, il tennis iniziava a tirare. Ci concesse di giocare gratis per una settimana, purché usassimo scarpe adatte: per il resto, eravamo in jeans e maglietta. Al supermercato comprai la mia prima racchetta: la ricordo ancora, si chiamava Aeroplane (azienda storica di Shanghai famosa soprattutto nel badminton, i cui prodotti si vendevano nella grande distribuzione, ndA). Mi sono messo a giocare così, per scherzo. Una domenica mattina, ero andato a veder giocare quelli bravi al campo di Rivalba. Uno dei due soci non era arrivato e, quasi con pietà, l’altro mi disse che mi avrebbe fatto palleggiare un po’, tanto per non perdere il campo già prenotato. Lo presi a pallate. Pochi giorni dopo, ero al circolo di San Mauro per tesserarmi».

Rambo Arbino giocava d’attacco. Con i suoi colpi imparati per strada serviva forte e si lanciava a rete, un po’ perché si era innamorato pure lui dei gesti bianchi di Panatta, un po’ perché, da fondocampo, quella presa continental funzionava poco. Vinse tre volte il Racchetta d’argento di terza categoria, arrivò a essere B4, ma la corrente della vita continuava a trascinarlo in un’altra direzione: il diploma da geometra, il militare nei parà di Livorno, il fidanzamento e il matrimonio, la paternità. Il tennis era cosa solo sua e, al resto del suo mondo, piaceva sempre meno. «Lavoravo alla Vagnone&Boeri Abrasivi. Andavo a risolvere problemi di corrosioni industriali: cisterne, cancellate, pavimenti. Ero bravo, avevamo un buon prodotto, piacevo. L’azienda era solida, ero assunto a tempo indeterminato, con prospettive di carriera. Finché un giorno, nel 1977, non uscì un annuncio su una rivista che ormai non c’è più, si chiamava Piemonte Tennis. Lessi: "Corso da istruttore alle Pleiadi di Moncalieri"». In quegli anni di crescita economica a doppia cifra, i corsi non servivano per spillare soldi agli allievi: quelli che meritavano, li prendevano a lavorare perché c’era fame di maestri. La gente comune impazziva per Adriano, Roma, Parigi, la Davis e voleva improvvisamente giocare a tennis. La domanda superava l’offerta: «Pagai 8.000 lire per la mia prima lezione, col maestro Greguoldo. Su 50 persone ne selezionarono 13, io ero tra quelli. Mi disse che mi aveva scelto, anche se non ero stato il più bravo, perché avevo dato tutto. Mi corresse alcuni difetti, senza forzarmi a essere ciò che non ero: ecco perché, ancora oggi, non specializzo nessuno. Dai sei anni in poi, insegno tutti i colpi. Poi ognuno ha il suo istinto e si specializzerà da sé».

A casa, la notizia che Gipo si fosse licenziato, rinunciando al posto fisso con moglie e figlia a carico, fu accolta con lo stesso favore di una pestilenza: «Il gestore del circolo per cui giocavo la Coppa Italia, il Lido Royal di corso Moncalieri, mi disse che si era liberato un posto da maestro. Non ci pensai due volte: andai in azienda e diedi le dimissioni. I miei mi diedero del matto, mia moglie mi pregò di pensarci bene perché avevo famiglia e, soprattutto, stavo per diventare ispettore per tutto il territorio italiano. Avrei guadagnato molto di più, tanti soldi sicuri a fine mese. Solo che i miei superiori avevano rimandato più volte la decisione e mi ero scocciato di aspettare. Per sette anni feci il maestro lì: avevamo sette campi in fila, due piscine, un ristorante, era davvero un posto molto carino. Si guadagnava anche». Solo che, a fianco del circolo, c’era una discoteca frequentata da calciatori e dalla Torino bene. Si chiamava Lido Whisky. Una notte di autunno del 1986, venne rasa al suolo da un incendio doloso, appiccato per questioni di racket malavitoso. «Rimasi senza campi per lavorare. Per fortuna, trovai piuttosto alla svelta un impiego qui, dove sono tornato ora dopo tanti anni».

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Gipo Arbino con l'immancabile pipa

Qui è il Green Park di Rivoli, un circolo defilato in una borgata minuscola, in aperta campagna, vicino agli allevamenti di fassona piemontese ma a due passi dalla tangenziale e da corso Francia, che porta dritto nel cuore di Torino. Il vicepresidente del circolo, Massimo Zallo, gli ha dato carta bianca e, quasi quarant’anni dopo averlo lasciato nell’industria, Arbino ha ritrovato il mitico posto fisso: «Mi hanno assunto, quindi ho la tranquillità dello stipendio e posso lavorare in libertà con i miei giocatori, gestire uno staff. Ci sono otto maestri e tre preparatori. Hanno investito su di me, il direttivo del circolo ha coperto tre campi in più: ora ne abbiamo anche uno veloce, indispensabile per i professionisti. Credo che il Green Park sia il centro in cui ci sono più tennisti di seconda categoria». Ed è stata una scelta coraggiosa: ospitare i professionisti, e chi vuole diventarlo perché costa di più e rende di meno rispetto a raccogliere soldi con le lezioni a casalinghe e impiegati. La squadra di Gipo ha un nome da band degli anni Sessanta, sembra ispirata all’immaginaria Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band: si chiama Gipo Arbino Vocational Tennis Training, e il concetto di vocazione torna ciclicamente nei suoi discorsi. Anche perché, sorpresa, il tennis non era il vero talento di Gipo Arbino. Lo racconta levandosi gli occhiali da sole e posando il sigaro; evidentemente, gli è rimasta una ferita da qualche parte. «Avrò avuto dodici o tredici anni, avevano ricoverato mia mamma in ospedale, niente di grave ma eravamo un po’ preoccupati; per stemperare la tensione, durante il viaggio mio padre cantava, io iniziai ad andargli dietro. Lui rallentò, si girò e mi disse: “Stai scherzando? Ma da dove ti esce questa voce?”. Tornati a casa, mi fece vedere dal professor Uberti, un personaggio molto particolare che mi seguì per un po’. A 21 anni, quasi senza allenamenti, ero diventato un bel tenore. Mi prepararono per una selezione alla Scala, ci andai da solo. Mi ero studiato Che gelida manina e Lucean le stelle della Bohème. Cantai e mi presero: ero stato ammesso a frequentare il Conservatorio. Però mi sarei dovuto trasferire a Milano e in più, i tenori erano tutti grossi e robusti, mentre io ero alto e secco. Insomma, non me la sentii. Ho ancora il ricordo del giro del teatro che un baritono mi fece fare, dopo avermi ascoltato… Adesso canto qui al circolo, durante le feste. Il mio pezzo forte è ’O sole mio». È l’unico momento della chiacchierata in cui Gipo esita. «È andata così». È il suo rimpianto. «Però mi è servito. Per insegnare ai miei ragazzi, soprattutto a Lorenzo, di crederci, se sentono di avere qualcosa dentro».

Lorenzo è, ça va sans dire, il suo Sonego. L’ariete con cui ha sfondato il muro di quelli che spingono per entrare nell’unico club che conta nel tennis pro, i primi 100 al mondo. Una selezione barbara, quasi disumana: centinaia di migliaia di piccoli Sonego ci provano in tutto il globo e, praticamente, nessuno ce la fa. «Era il 2006 e un amico comune con il padre di Lorenzo, Roberto Sivieri, ci fece incontrare. Mi disse che aveva un figlio di 11 anni, lo aveva portato a fare due lezioni col maestro Aquilante ed era stato giudicato molto portato. Lo feci provare con Paolo Bonaiti: quando tornò, mi disse che non era possibile, che quel ragazzo non poteva aver giocato soltanto due volte. Era un segno. Mi incuriosii e lo andai a vedere pure io: era piccolo, magro, faticava a reggere la racchetta. Non mi impressionò, onestamente. Si muoveva benissimo e aveva una grinta stupefacente, sapevo che giocava a pallone, era molto considerato nel Torino calcio. Ma era così gracile che iniziava ad avere problemi nei contrasti, e finì con l’abbandonarlo». Per un po’, Lorenzo fu uno dei tanti. Come la carriera di Rambo Arbino era ben piantata entro i confini sabaudi, anche il cammino da coach Gipo Arbino era instradato nel circuito, dignitosissimo ma sottotraccia, di quelli che non si vedono mai in televisione. E Sonego non sembrava proprio il cavallo giusto per cambiare girone: «Ci ero andato vicino più volte, a farcela: avevo scoperto la Gagnor, che arrivò in semifinale alla Lambertenghi; poi, qui al Green Park, feci crescere Giraudo, che è stato 490 del mondo. Ho allenato anche Gramaglia, la Chieppa, la Disderi, che sono state intorno alla 300esima posizione. Un po’ era colpa mia, l’inesperienza; un po’, del fatto che nel passato non arrivavano gli aiuti quando servivano, cioè dai 18 anni in poi». A dispetto del premio che non arrivava mai e degli anni che passavano, Arbino si portava dietro i suoi ragazzi in giro per il Piemonte: «Dopo otto anni qui, mi chiamarono alle Pleiadi di Moncalieri, che avevano finito il ciclo con Riccardo Piatti. Dopo altri cinque anni andai allo Stampa Sporting, restandoci per quattordici, ovvero finché non se ne andò il presidente Gianni Romeo, uomo straordinario e di grandi valori. Passai all’Ace di Volvera, il cui proprietario era anche patron del Monviso di Grugliasco: sinceramente, credevo mi avrebbero mandato lì, anche se a Volvera avevano un bel progetto agonistico. Però avevo fatto un passo indietro, perché allo Stampa ero responsabile tecnico. Dopo un anno, sono tornato al Green Park e sono rimasto qui, con Lorenzo e con gli altri».

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Gipo Arbino mentre segue il suo Lorenzo Sonego al torneo ATP Challenger di Firenze

Sonego era limitato e non vinceva niente: riserva nella Coppa delle regioni, zero tornei giovanili vinti. Non era neanche un estroverso, se ne stava per gli affari suoi e sembrava non interessargli di apparire. A pelle, poteva passare per uno nato per stare in seconda fila. «Però gli vedevo vincere delle partite incredibili, con ragazzi molto più forti, solo con la regolarità». Giocando a non sbagliare, Arbino accompagnò Lorenzo fino alla classifica 2.3, poi lo prese da parte e gli fece un bel discorso: «Con quel tipo di tennis, anche se si era creato una base che gli sarebbe stata utile per sempre, non poteva sperare di fare di più. Visto che aveva anche messo su un po’ di peso, gli dissi che doveva stare più vicino al campo e spingere, con le sue armi: servizio e dritto. Faticai a convincerlo, poi iniziò a farlo. E a perdere: esagerava, cercava il vincente sempre, sbagliava. Ricordo sconfitte contro Vavassori al Caroleo, contro Turco e altri ragazzi contro cui, alla vecchia maniera, avrebbe potuto vincere. Lo tranquillizzavo, per fortuna mi ha sempre ascoltato: anche quando gli ho detto che doveva essere più serio negli allenamenti, smettere di svicolare durante le ore di atletica o di allenarsi al risparmio».

Coi soldi contati, Lorenzo e Gipo - oppure il padre, quando occorreva - partirono per i primi Futures nel 2014, quando perse 7-6 al terzo contro Federico Gaio. Eppure nulla si muoveva. Arbino telefonò a una sua conoscenza, Giancarlo Palumbo, di casa a Tirrenia: «Gli dissi che c’era un ragazzo da vedere, che secondo me poteva dare delle soddisfazioni. Lui mi rispose che c’era un responsabile del progetto over: replicai che io neanche sapevo dell’esistenza di un progetto. Mi consigliò di chiamare Umberto Rianna, che conoscevo dai tempi in cui allenava Starace e Potito aveva vinto il 100.000 dollari allo Sporting. Lo portai a Tirrenia per quattro giorni, vinse praticamente contro tutti nonostante i suoi difetti tecnici. Molti la pensavano come me: cavolo, ma se questo vince con servizio, dritto e grinta, rispondendo quasi mai e col rovescio scarsino, magari... Da allora, è iniziato un rapporto fantastico. Ci hanno aiutato tanto, anche economicamente. Qui, al Green Park, sono arrivati i primi risultati di Lorenzo e la Fit ci ha dato una grande mano. Spesso, per accompagnarlo, io non gli chiedevo neanche la diaria; lui pagava solo gli allenamenti, col 50% di sconto, e con i soldi federali, usati solo per lui, siamo riusciti a seguirlo un po’ di più. Fino al 2017, quando hanno creato il "sistema protezione": il giocatore anticipa i soldi per allenamenti, tornei, spese mediche, ristorante eccetera e loro rimborsano, presentando i giustificativi, fino a un tot. Mi sembra una cosa corretta: in passato, i soldi venivano anticipati da loro e, magari, qualcuno li aveva usati per comprarsi una macchina nuova». Quest’anno, la protezione a Sonego sarebbe stata riconosciuta anche per una cifra maggiore ma, dopo il clamoroso Australian Open e una raccolta di montepremi che ha superato i 300.000 dollari in pochi mesi, il finanziamento, non più necessario per le sue trasferte, è stato giustamente dirottato sul compenso di Damiano Fiorucci, un valente preparatore che presta la sua opera itinerando.

Quando racconta della sua prima volta, a sessant’anni suonati, negli hotel di lusso del tennis, Gipo ha l’entusiasmo del ragazzino al parco Disneyland: «Ah, l’Australia... Il primo Slam è stato un sogno, per me. Per fortuna, col senno di poi, Lorenzo aveva perso al primo turno al challenger di Playford. Siamo rimasti dieci giorni a lavorare, l’ho messo sotto: cesto, precisione, servizi. Siamo arrivati a Melbourne super preparati, ha battuto Monteiro che è un bel cagnass, poi Safwat e Tomic. Una favola, non stavo più nella pelle. Ecco: quello che ho vissuto lì, e che sto vivendo ora, lo ritengo un premio ai 40 e passa anni che ho dedicato a questo sport, danneggiando la mia vita privata. Non voglio fare la vittima, ma è così. Ho speso tempo, soldi e ho fatto tante rinunce. Dopo la separazione, ho avuto un altro paio di relazioni importanti, sempre finite causa tennis. Sono un esagerato: rapporti anche straordinari si sono incrinati perché, se devo seguire un ragazzo, io rinuncio al week-end, alla vacanza: quest’anno, per dire, non ho fatto un fine settimana a casa o un giorno di ferie. Per passione, mica mi pesa; semmai, pesa a chi è stato con me, che ha resistito finché ha potuto. La mia compagna di oggi è ben disposta, ha capito e per fortuna ha tanti impegni. Mia figlia è del 1979, ha un bimbo di sei e una di tre. Fare il nonno è una cosa che mi manca: mi sto rendendo conto che tutto il tempo che ho tolto a mia figlia, ora lo sto togliendo anche ai miei nipotini».

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La pagina della Stampa che ricorda l'incendio al Lido Club del 1986

Ma la tristezza dura il tempo di riattizzare il sigaro e fare posto al film dell’anno, la partita contro Robin Haase. Sonego si è qualificato all’Australian Open e affronta uno che lo sovrasta in classifica e vita vissuta nel Tour. Prima diretta tivù nazionale, su Eurosport. Va avanti di due set. «E poi 6-1 nel tie-break del terzo, cinque match point. Niente, quarto set. Non ci volevo credere. Nella pausa, l’ho seguìto con lo sguardo, era disperato. Non l’ho mai visto piangere, ma secondo me, quella volta, anche se non me lo ha mai detto, ha pianto. Io stavo friggendo in tribuna con Tathiana Garbin, che è stata straordinaria nel sostenerlo. Gli abbiamo parlato: sei due set a uno sopra contro il numero 40 del mondo, gioca tranquillo. Riparti». Facile a dirsi, ma lui lo ha fatto davvero. «Va 5-3, 40-15, altri due match point. Niente. 5 pari. Secondo me, anche alcuni dei migliori non l’avrebbero più tirata su, quella partita. Nel quarto set ero fuori di testa: scattavo in piedi ad applaudire e la sedia si chiudeva come al cinema. Io non me ne accorgevo e ricadevo per terra come un demente. Il coach di Haase, dopo cinque o sei volte che mi vedeva sbattere il sedere, iniziò a ridere come un pazzo. Alla fine, è venuto a complimentarsi per la partita e per il carattere di Lorenzo. Poi mi hanno detto che durante il match, negli spogliatoi, c’erano Federer e Nadal in mutande che hanno seguìto gli ultimi game e facevano il tifo per Lorenzo». Che, a differenza di Gipo, non è un sanguigno, ma ha una qualità rarissima: non sente la pressione. Difficile capire perché. «È intelligente, eh, non è che non capisca le cose, anzi. Ma mi spiego: a Wimbledon, anche lì, era la prima volta per entrambi. Lui non ha mai giocato tornei Slam juniores, era lontanissimo da quel mondo. Io ero stregato da tutto: il torneo, l’erba, la storia. Lui, niente. Ero molto dispiaciuto perché, se non lo avessero ripescato, non avremmo visto il club: le qualificazioni si giocano da un’altra parte, su un prato enorme da cui non si vede niente (Bank of England Sports Centre a Roehampton, ndA). Al primo ingresso, sono rimasto a bocca aperta. Mi ha fatto impressione, ero quasi commosso. Col mio carattere, sarei stato tremolante e avrei giocato malissimo. Lui, in quelle occasioni, tira fuori il 200%. Quando si è allenato con Tsitsipas, Stefanos è arrivato col codazzo: papà, coach in seconda, Mouratoglou e il suo collaboratore, il preparatore atletico. Erano in cinque. Di là c’eravamo io e lui: mi sentivo un po’ un pellegrino. Lorenzo ha giocato e basta. Due set lottati, poi hanno fatto due tie-break e li ha vinti entrambi. E mi sono calmato, anche se non contavano niente».

Ultima tappa, New York. La città dei sogni, perfetta per una storia così: da Rivoli, non rue de Rivoli a Parigi ma borgata Bruere, cintura di Torino, a Flushing Meadows. «Per me era tutto nuovo, è strano perché sono vecchiotto ma vergine. Allo US Open mi ha avvicinato Jose Perlas: voleva farmi i complimenti, diceva che Lorenzo gli piaceva molto. Stavo per spiegargli chi fossi, mi rispose che sapeva già tutto. Mi ha colpito: circolano tantissime informazioni e tutti sanno tutto, anche di me. È vero che non ho fatto queste esperienze da giocatore, ma il vantaggio è che sono pieno di entusiasmo. E poi lo faccio con un ragazzo che ho cresciuto: non lo farei con un altro venuto da fuori, anche più forte di lui. Se fosse solo per il soldo o per tirarmela, non mi interesserebbe. L’ambiente dei coach ATP, poi, è fantastico: il problema è che non so l’inglese. Ai miei tempi, a scuola si studiava il francese. Molte volte mi è capitato di trovare voglia di dialogare ma, con qualcuno che parla solo inglese, svicolo perché sarei in difficoltà». Anche a questo c’è rimedio: la mamma di un suo allievo gli sta facendo lezioni, mirate al linguaggio che serve ai coach: aerei, accrediti, prenotazione campi, gergo tennistico. Perché Arbino è un coach-spugna. Quando Sonego torna in hotel, lui gira per i campi, spia il lavoro altrui, prende appunti. «La prima cosa che ho notato è che i grandi fanno le cose come gli altri, però magari vivono una diagonale di dritto a tutta, con l’attenzione massima, con la ricerca di appoggi, spinte, o anticipo ma sempre con una concentrazione totale. A casa, cerco di trasmettere ai miei ragazzi che iniziano ad avere i primi punti ATP che i campioni hanno più ritmo e dedizione ma fanno le stesse cose nostre: diagonali, cambi lungolinea, spostamenti, fondo-rete. Per esempio: Kyrgios, che in partita magari scazza, in allenamento è serissimo e lavora duro. Non lo facesse, è garantito che non potrebbe stare lì dove sta». Grazie allo studio, e alla sconfitta australiana per mano di Gasquet, Arbino ha compilato la ricetta che è servita a Lorenzo per batterlo a Budapest: «Fondamentalmente, non evitare il rovescio: Gasquet da lontano è solido, ma non fa più di tanto. Se giochi carico e alto, lo spingi ancora più lontano dal campo ed è più facile entrare. Solo che lo può fare uno molto mobile: se Lorenzo fosse lento, non gli potrei dire di giocare così. Lo spingi lontano sul rovescio, lui gioca lo stretto, tu rispondi con uno slice. Anche lungolinea. Poi, pronto a recuperare. E, appena puoi, alto sul dritto, perché con l’impugnatura che ha, che somiglia alla mia, va in affanno: non è vero che Gasquet non ha il dritto, è che fatica a giocarlo dall’alto verso il basso, all’altezza delle spalle. Altri, su quella palla lì, vanno a nozze, e appena accorci ti fulminano in lungolinea». Dove non arrivano gli appunti e l’osservazione, càpita di incespicare. Come quando bisogna introdurre un concetto nuovo, quello di difendere la posizione, di fare cassa per garantirsi i tabelloni degli Slam. «Quest’anno, per la prima volta, ha sentito un certo tipo di pressione: non in campo, ma creata da me. Durante i tornei challenger di Ortisei e Ismaning, dove l’anno scorso aveva fatto vittoria e finale, ha giocato pensando a quello che gli avevo detto, che doveva fare punti per essere sicuro di entrare nel tabellone principale dell’Australian Open. Ha perso immediatamente e, al ritorno, mi ha detto che di difendere i punti non gliene fregava niente, che vuole giocare sereno e non sentire più questi discorsi. In un certo senso ha ragione: però gli ho fatto presente che anche Federer gioca con la pressione di aver vinto l’Australian Open l’anno prima: se perde al primo turno, fanno 2.000 punti in meno. Fa parte del gioco, un professionista deve trovare il modo di gestirlo».

Anche se Lorenzo vive ancora con la mamma, sta cercando casa. Quella tennistica, l’ha trovata: a Ortisei ha dedicato il titolo alla persona che «mi ha insegnato tutto, non solo a giocare»: a momenti Arbino inghiottiva il toscano cadendo addosso al giudice arbitro. «Abbiamo avuto offerte in Liguria, Roma, Milano, grossi team. Non avrei più avuto problemi, volevano prenderci sul serio. Ma lui vuole stare qui e io pure, siamo a casa. So che in giro ci sono furbacchioni che ogni tanto gli propongono di cambiare scuderia, io gli ho lasciato piena libertà, la mia porta è sempre aperta. Finora, lui ha sempre risposto che non ci pensa nemmeno a mollarmi». E chi non vorrebbe averlo con sé, uno come Rambo?

La foto di apertura è di Francesco Peluso

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Allo shooting fotografico hanno contribuito i partecipanti di un workshop organizzato da Giorgio Maiozzi, docente Canon Academy, in collaborazione con Camera Service Roma all’ATP Challenger di Firenze

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