GIPO ARBINO, IL COACH CON LA PIPA

Aveva uno stipendio garantito alla Vagnone&Boeri Abrasivi, poi decise si inseguire un sogno e fare il maestro di tennis. Una scommessa vinta, con un top 100 come Lorenzo Sonego da allenare e nuovi ambiziosi obiettivi da raggiungere. Con la pipa in mano

GIPO ARBINO, IL COACH CON LA PIPA
0
Federico Ferrero
3 dicembre 2018

Rambo Arbino giocava d’attacco. Con i suoi colpi imparati per strada serviva forte e si lanciava a rete, un po’ perché si era innamorato pure lui dei gesti bianchi di Panatta, un po’ perché, da fondocampo, quella presa continental funzionava poco. Vinse tre volte il Racchetta d’argento di terza categoria, arrivò a essere B4, ma la corrente della vita continuava a trascinarlo in un’altra direzione: il diploma da geometra, il militare nei parà di Livorno, il fidanzamento e il matrimonio, la paternità. Il tennis era cosa solo sua e, al resto del suo mondo, piaceva sempre meno.

Puoi leggere l'intero articolo e numero della rivista scaricando la app di Tennis Italiano

Estratto dal numero di Tennis Italiano di dicembre/gennaio

«Era appena uscito il film e, quando giocavo, esultavo gridando: "Rambooo!". Un giorno, un articolista di un periodico locale scrisse: "Gipo Rambo vince il Fioccardo", un torneo di terza categoria di Torino. Io mi chiamo Gian Piero, un nome per ciascun nonno; da allora, però, sono rimasto Gipo. A parte per mia madre, che non lo sopportava: quando telefonavano a casa chiedendo di Gipo, rispondeva che non sapeva chi fosse e metteva giù».
Gipo Arbino, 63 anni portati con fierezza su un corpo atletico e massiccio, la pelle brasata da decenni di campo e di tribuna, è stato un tennista tardivo e fai-da-te, come a quei tempi poteva ancora capitare. Al padre, impiegato alla Fiat, e alla mamma, casalinga, del tennis non importava nulla e, fino a 18 anni, non aveva mai toccato una racchetta. «Però ricordo che ne ero attratto: in estate, andavamo in vacanza a Imperia e passavo interi pomeriggi a guardare quei signori che giocavano sul lungomare. Ero piccolo, non capivo: ma come, siete 15 pari e, tre punti dopo, il punteggio è due pari? Era uno sport strano, fin troppo, ma allo stesso tempo mi intimidiva e mi catturava». Poi, il tipico episodio da nulla che fa cambiare strada alla vita. Un gruppo di amici che si riunisce a Rivalba, fuori Torino, per il fine settimana; una casa con un salone, un cesto enorme pieno di racchette di legno e un’amica della comitiva, Barbara, l’unica a prendere lezioni di tennis. «Mi feci convincere a provare: andammo lungo il viale e giocammo per strada, io e lei. La prendevo, la palla. Nel giro di un mese, il prete di Rivalba decise di rifare il campo da calcio e, accanto, ne fece costruire uno da tennis, in terra battuta. Erano i primi anni Settanta, il tennis iniziava a tirare. Ci concesse di giocare gratis per una settimana, purché usassimo scarpe adatte: per il resto, eravamo in jeans e maglietta. Al supermercato comprai la mia prima racchetta: la ricordo ancora, si chiamava Aeroplane (azienda storica di Shanghai famosa soprattutto nel badminton, i cui prodotti si vendevano nella grande distribuzione, ndA). Mi sono messo a giocare così, per scherzo. Una domenica mattina, ero andato a veder giocare quelli bravi al campo di Rivalba. Uno dei due soci non era arrivato e, quasi con pietà, l’altro mi disse che mi avrebbe fatto palleggiare un po’, tanto per non perdere il campo già prenotato. Lo presi a pallate. Pochi giorni dopo, ero al circolo di San Mauro per tesserarmi».

GIPO ARBINO, IL COACH CON LA PIPA
Gipo Arbino, 63 anni, coach di Lorenzo Sonego

Sposta