LA RIVISTA IN EDICOLA - Maggio 2012
07/06/2010

Francesca a cuore aperto

Francesca a cuore aperto

 

di Roberta Lamagni - foto Fabrizio Stipari

 

- Per tutti, in Italia, sei la Leonessa, ti piace come soprannome o ti infastidisce?

“Diciamo che lo accetto. C’è stato un momento in cui è significato molto. Ora continuo a sentirmi così ma vedo nella leonessa qualcosa che non vedevo prima. Qualche mese fa ho fatto una ricerca e ho voluto capire chi fosse veramente questo animale, dato che tutti continuavano a paragonarmi a lei. In fondo non credo di saper solo ruggire, dentro di me c’è altro”.

 

- Quale è stato il risultato finale della ricerca?

“Ho scoperto come la leonessa vive e si nutre: fa dieci attacchi, sapendo già sin dall’inizio che di questi dieci ne andranno in porto due. Ogni attacco è per lei molto dispendioso, e lei lo sa. E’ la sua storia: procrea, cresce i piccoli, che poi però si separano. Vive tanto sola quanto per la famiglia. Tutte queste informazioni mi hanno fatto pensare, ne ho parlato anche con Giovanni. E ora l’apprezzo e sono convinta che mi rappresenti più di prima, quando pensavo mi paragonassero a lei solo per la grinta e le urla in campo. Poi è un animale molto forte, può sopravvivere in tante situazioni...”.

 

- In passato hai avuto motivi di incomprensione con la stampa. Ora come vivi questo rapporto?

“A inizio carriera ero insopportabile, senza un motivo particolare. Ero molto diversa da adesso, meno disponibile. In generale credo sia perché apprezzo chi riporta veramente quello che dico, senza stravolgerne il senso. Ricordo che durante un’intervista un giornalista che avevo davanti si appuntava dichiarazioni che io non avevo fatto, mettendomi in bocca parole come “finalmente” o “miracolo” che per mentalità mia non avrei mai detto. Cercavo di esprimere sensazioni che anche per me erano confuse, parlare di me stessa nel profondo, dell’espressione di sé... queste sono cose che non farò mai più, mai più. Quando cerchi di spiegare a modo tuo quello che è veramente importante per migliorarti e dall’altra parte avverti che non interessa e che invece vogliono solo sapere se arriverò mai tra le prime 10 al mondo... non si può riassumere tutto in una risposta! Prima questo mi infastidiva moltissimo. I giornalisti avevano le loro responsabilità e io le mie, perché ero difficile, facevo fatica a spiegarmi, non mi conoscevano e c’era lo scontro... Ora invece il giornalista inizia a conoscermi,

non solo sul campo da tennis, ma anche per come sono io. La persona ‘impossibile da trattare’ nasceva dalla mia rigidità e inesperienza nei confronti di un mondo e di persone che non conoscevo”.

 

- Come vorresti che i giornali parlassero di tennis in Italia e di te?

“Per la mia persona vorrei che rispettassero quello che dico, che raccontassero i fatti per come sono, anche quelli che non vanno. So di avere difetti ma a volte mi dispiace leggere notizie che non mi rappresentano. Per il tennis in generale vorrei vedere più equilibrio nei commenti. Non mi piace che i giornali esaltino una vittoria gridando all’impresa e poi massacrino il giocatore per una sconfitta la settimana successiva. Vorrei una critica più costruttiva. Se il lettore legge un articolo completamente negativo gli resta il ricordo ed è difficile poi fargli cambiare idea. Per questo credo che quello del giornalista sia un ruolo molto delicato”.

 

- Quali sono le differenze, se ci sono, con il giornalismo straniero?

“Mi capita di leggere riviste americane, argentine, spagnole. La situazione è diversa perché sanno di avere tanti campioni. Ma l’esempio più significativo è quello di Nalbandian. Nel 2007 a metà stagione non ha ottenuto un risultato, ma se tu vai a leggere i commenti di quel periodo e le interviste sono tutte positive. Si dice che ha avuto difficoltà, ma gli si riconosce che ha le potenzialità per recuperare”.

 


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