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Forever young

La storia di Angelo Sala. Italiano, 88 anni, numero 1 al mondo over 85 dopo aver sconfitto un paio di tumori, con la vitalità di un ragazzino. E ha cominciato a giocare a 70 anni, per caso, dopo una vita intera sui campi da calcio.
Forever young
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Marco Caldara
1 ottobre 2015

Secondo le Pagine Bianche, a Palazzolo sull’Oglio c’è un solo Angelo Sala: impossibile sbagliare. Il telefono di casa squilla. Risponde una signora anziana, lo si capisce dalla voce sottile. “Angelo Sala, il tennista? Sì, glielo passo subito”. Qualche telefonata dei giornalisti non sorprende più, da quando nel 2011 il marito è diventato numero uno al mondo e poi si è preso una manciata di titoli mondiali. Categoria Over 85, la più anziana. All’ITF li definiscono Super-Seniors, e Sala è il più anziano fra i numeri uno, con la grinta di un ragazzino. Ricorda alla perfezione anni, tornei, avversari, persino i punteggi. Cosa che il 99% dei professionisti ATP nemmeno si sogna. “Mi starei preparando per i Campionati mondiali – ribatte alla richiesta di un appuntamento – però uno spazio lo possiamo trovare”. Il prossimo 18 dicembre compirà 89 anni, ma invece di godersi la pensione fra una pennichella sul divano e un aperitivo nel bar sotto casa, preferisce essere l’unico tennista italiano numero uno al mondo. Gli avversari? Il ranking over 85 parla di 68 giocatori, mica pochi se si considera l’età. Il più anziano è il polacco Eugeniusz Czerepaniak, nato il primo giorno di gennaio del 1921, ma fra i top 20 nessuno è nato prima di Sala.

Fisicamente è perfetto, nonostante un paio di tumori abbiano provato a rovinargli i piani. Ha perso prima mezzo polmone e poi addirittura un rene, ma non la voglia di allenarsi, quasi ogni giorno al Tennis Club Palazzolo. Lo troviamo sul Campo 4, insieme a un amico che si presta al ruolo di sparring. Mister Sala (come lo chiamano da quelle parti) si muove benissimo, il ritmo degli scambi non è affatto male. E pensare che non ha mai preso una lezione di tennis, e la prima racchetta l’ha impugnata intorno ai 70 anni. Al tempo, di palline e terra rossa nella sua vita non c’era traccia, poi è cambiato tutto, fino alla consacrazione mondiale: cinque ori in quattro anni, dal 2011 al 2014. Più due argenti e un bronzo nell’ultima edizione, appena terminata a Umago (Croazia).

È l’unico italiano numero uno al mondo, fra giovani, professionisti, veterani e tennisti in carrozzina: si sente un esempio?
Assolutamente no. Per me è tutto normale, non credo di aver fatto nulla di straordinario. Mi sento esattamente uguale a prima, montarsi la testa a 88 anni sarebbe un po’ strano, no? Talvolta nei tornei capita che mi chiedano il curriculum. Il curriculum? Ma quale curriculum? Se mai ho il record di partite giocate in Serie C con il Palazzolo, 250. Ma di calcio, mica di tennis.

Calcio?
La gente si stupisce quando lo racconto, ma la mia vita è sempre stata il calcio, da quando è finita la guerra nel 1945 fino al 2011. Da giocatore e poi da allenatore, prima di varie squadre in provincia e poi anche dei ragazzini all’oratorio. Ho dovuto mollare a causa del tennis, alla domenica mancavo troppo spesso. Ma la mia grande passione rimane il calcio, lo seguo di più rispetto al tennis. Se smetterò di giocare mi piacerebbe tornare ad allenare i bambini. Hanno bisogno di gente che li segua.

In mezzo a tutto questo calcio, il tennis da dove sbuca?
Ho iniziato intorno ai settant’anni, credo fosse il ‘96 o il ‘97. È bastato un cancellino, che al tempo separava il Tennis Club Palazzolo dal campo da calcio dove allenavo. Giocavano sempre dei miei amici, e talvolta quando mancava il quarto per il doppio capitava che mi invitassero. Così, appena finito coi ragazzi attraversavo il cancellino e andavo a giocare a tennis.

E l’idea di disputare i tornei internazionali?
È stato un caso. Una volta ho accompagnato questi miei amici in Liguria, per giocare un torneo dell’Aivat (Associazione Italiana Veterani Amatori Tennis, ndr). Un giorno, nell’attesa, sono sceso in campo anche io, per una partitella con un signore del posto. Giocava tornei internazionali, e al termine mi chiese perché non li facessi. Non sapevo nemmeno cosa fossero, per me l’ITF era un mistero. Mi ha spiegato come funzionava, e quando sono tornato a casa, ho iniziato a informarmi. Ricordo che un maestro dell’Accademia Vavassori mi stampò oltre 80 pagine di calendari, regolamenti e quant’altro. Man mano ho iniziato a giocare, scegliendo i tornei più adatti a me insieme a Renato Vavassori, che da ragazzo era stato mio allievo nella squadra di calcio. Ho giocato il mio primo torneo internazionale nel 2001, a Cervia, e da lì è partito tutto. Poi ho iniziato anche ad andare all’estero. Ho un pc, ho imparato a muovermi su Internet. Guardo i calendari, mi iscrivo ai tornei, gestisco tutto da solo.

Quanto si allena un tennista di 88 anni?
Vengo al Tennis Club Palazzolo ogni giorno, sabato e domenica compresi. Capita raramente che salti qualche giovedì. Se non faccio un’ora e mezza o due al giorno, poi ci rimetto. Cerco di alternare: oggi singolare, domani doppio, sempre con degli amici. Uno è il mio incordatore di fiducia, ha trent’anni meno di me. In base a come gioco contro di lui, capisco se sono in forma o meno. Perché è fondamentale arrivare ai tornei nella condizione giusta. Diciamo che seguo un allenamento di stampo calcistico, in base alla mia esperienza. Cerco di allenarmi al massimo a metà settimana, poi vado calando. E soprattutto mi alleno solo a cavallo del mezzogiorno, perché ai tornei si gioca sempre fra le 10 e le 14.

Sappiamo che ha subito anche due operazioni mica da ridere…
Già. Sono stato fermo per due periodi. Il primo nel 2003-2004, quando a causa di un carcinoma mi hanno asportato una parte del polmone destro. Fortunatamente il medico, sapendo che giocavo a tennis, ha eseguito un intervento meno invasivo di quello convenzionale, e ho potuto riprendere. Poi mi sono fermato anche nel 2006. Mi sentivo stanco, mi mancava l’appetito, e dalle analisi notarono qualcosa di strano a un rene. Non sembrava nulla di grave, ma mi consigliarono comunque l’operazione e alla fine si rivelò un tumore. Così mi hanno asportato il rene intero. Sono stato fermo sei mesi e fino a un paio d’anni fa mi sono dovuto controllare continuamente, ma ora mi hanno dato il via libera. Devo solamente stare attento all’alimentazione, per non caricare troppo l’unico rene rimasto. Devo evitare il più possibile le proteine e assumere delle pastiglie che bilanciano alcuni valori. Ma sto bene e non ho più alcun problema. Anzi, mi hanno appena tolto un carcinoma al naso, ma qualche ora dopo l’operazione ero già in campo.

L’aspetto più difficile per un Super-Senior?
Io fisicamente sto benissimo, quindi secondo me, anche ai nostri livelli, l’aspetto che conta di più è quello mentale. Capita che ci siano giocatori agitati, che in partita accusano la tensione. Io invece sono sempre tranquillo, sto facendo una cosa normale. Il tennis non è un’ossessione: non guardo troppo al risultato. Non faccio come i calciatori che corrono ad arrampicarsi sulle reti (ride, ndr). Mi ricordo che due anni fa a Umago un cileno vinse il mondiale nella sua categoria e c’erano trenta persone a festeggiarlo in campo, con bandiere e quant’altro. Io sono molto più tranquillo, nella vittoria e nella sconfitta.

Come si svolge la sua stagione?
Non gioco molti tornei. Essendo un semplice pensionato i soldi sono quelli che sono, devo stare attento alle spese. Ogni anno penso a un piccolo budget per i tornei e non lo devo sforare. L’aspetto positivo, nel mio caso, è che il ranking è composto appena da quattro tornei. Uno può giocarne quanti ne vuole, ma in classifica ne entrano solo quattro. Quindi è meglio farne pochi ma fatti bene. Al momento ho il massimo punteggio possibile: 840 punti, frutto di tre vittorie nei tornei di Grado 1, che danno 180 punti ciascuno, e quella al mondiale dello scorso anno, 300 punti. Quest’anno ho giocato l’europeo indoor a Seefeld, quello outdoor a Poertschach, e poi il campionato austriaco. Li ho vinti tutti.

I tornei hanno un montepremi?
Quelli del circuito no, mentre ai mondiali sì: mille dollari per il vincitore del singolare e 800 da dividere in due per la coppia campione di doppio. Almeno in quei casi si riesce a coprire le spese, altrimenti per uno come me diventa difficile. Infatti i giocatori sono quasi tutti ex professionisti: tennisti, medici…

Come fa a vincere sempre?
Ho pazienza e uso la testa. La prima mezz’ora di ogni match la passo spesso a osservare come gioca l’avversario, non bado molto al punteggio. Ho l’esempio giusto: quest’anno a Seefeld ho giocato in finale contro Jean Desmet, numero uno del Belgio. Si giocava sulla moquette, non ero abituato. Non riuscivo a prendere il tempo e sono finito sotto 5-0. Poi ho iniziato a prendere le misure e ho vinto 7-5 6-1. E lui è stato un ex tennista.

Capita spesso di affrontare ex giocatori?
Sì, anche gente che ha giocato la Coppa Davis. Lo scorso anno in doppio ho incontrato gli statunitensi Hugh Stewart e Frederick Kovaleski, che tanti anni fa a Montecarlo giocarono contro i due italiani forti che c’erano all’epoca… ehm…

Pietrangeli e Sirola?
Esatto. Questo vuol dire che erano professionisti di alto livello.

Che giocatore è Angelo Sala?
Nella gran parte degli incontri devo cercare di far muovere l’avversario il più possibile, variare, giocare delle smorzate. Non posso dare la palla sulla racchetta, altrimenti gli altri la mettono dove vogliono. La mia fortuna è che nessuno si muove come me, è per quello che riesco a vincere. Anche se mi tocca sempre sudare sette camicie, specialmente al primo turno. Se riesco a superare quello poi la situazione migliora.

Qualche segreto?
Faccio una cosa molto particolare. Ho due racchette Prince che mi hanno regalato in Accademia, e poi ho un paio di Head Prestige che mi hanno dato sempre loro. Erano di Bolelli ai tempi in cui si allenava qui. Le Prince sono come la Formula 1, le Prestige sono il muletto. Inizio quasi sempre con la Prestige, pesa quasi 370 grammi, la uso per scaldarmi. Poi quando sono pronto passo alla Prince, che pesa sui 310. Tensione 21/22 kg, ho provato anche 22/23 kg ma non sento la racchetta. Utilizzo solamente il budello. Con quello chiudo gli occhi e la palla va. Quando inizia a scappare, è ora di tagliare.

Nel dicembre del 2016 compirà 90 anni, ma la categoria over 90 a livello ITF non esiste…
C’è solo negli Stati Uniti. In Europa purtroppo ci si ferma all’over 85. In Italia è ancora peggio. Io ho la tessera FIT da over 75. Oltre non si va. Peccato. Mi piacerebbe arrivare a 90 anni in campo, poi si vedrà.

Che clima si respira ai tornei internazionali per veterani?
C’è un fair play notevole, specialmente dopo una certa età. Magari nelle categorie fino ai 50 anni ci sono ancora delle discussioni, anche perché le velocità di gioco sono maggiori, ma più avanti no. Ho conosciuto un sacco di persone splendide, gente che gioca per passione. Non ho mai avuto problemi con nessuno. Ci si conosce più o meno tutti, durante il giorno mi piace vedere gli incontri, girare… Capita che lo stesso torneo si giochi in più circoli, perché ci sono tanti tabelloni. Non è sempre come ad Antalya, in Turchia, dove ci sono 59 campi in un solo posto. Quando arrivi ti danno la mappa del club, altrimenti ti perdi.

È vero che tutti la vorrebbero come compagno di doppio?
È capitato, mi ha chiamato un australiano, poi un americano e altri, ma non avendo la possibilità di andare dalle loro parti preferisco avere un compagno più vicino. Al momento gioco col russo Michael Novik, ha un anno meno di me. Lui parla solo russo, io parlo solo bresciano, ma ci capiamo lo stesso.

Come si fa a essere ancora in campo a 88 anni?
Il segreto è la testa, se funziona quella, funziona tutto. Io sono completamente autonomo. Ai tornei nel raggio di 500 chilometri ci vado in macchina. Ho appena rottamato la mia Alfa 146 dopo vent’anni di servizio. Mia figlia aveva un’auto che usava pochissimo, così l’ho presa io e la userò per la trasferta in Croazia. Ho fatto due conti: da Palazzolo a Umago ci sono 450 chilometri, se mi metto in macchina alle 9 dovrei arrivare per le 14. Ovviamente altre volte tocca usare l’aereo. Un paio d’anni fa ho fatto anche una puntata negli Stati Uniti. Mi invitò Hopp, un americano che non sono mai riuscito a battere (e da cui avrebbe poi perso in finale al Mondiale, n.d.r.), è il più forte di tutti. Giocai un torneo in North Carolina, dove ero già stato un paio di mesi da ragazzo, per lavoro.

Viaggiava per lavoro?
Generalmente no, ma quella volta mi mandarono negli Stati Uniti per visionare dei disegni e dei materiali. Ho lavorato tutta la vita per la Marzoli, una ditta che produce macchine tessili. Ho iniziato a 15 anni, durante la guerra. Fui esentato per una serie di motivi: innanzitutto ero capofamiglia, mio padre morì quando avevo 9 anni, quindi dovetti andare a lavorare per forza. Poi al tempo l’azienda produceva anche materiale bellico, avevamo un permesso speciale, e infine nel ’44 convocarono i nati nei primi sei mesi del ‘26, quelli appena maggiorenni. Io sono di dicembre. Sono stati comunque anni difficili. Ho patito la fame, fortunatamente lavorava con noi il nipote di un fornaio, che al mattino ci portava dei panini. Altrimenti avevamo diritto a un solo pane al giorno. Ricordo che la sera andavo a raccogliere di nascosto le spighe di frumento nei campi, le portavo al mulino dove in cambio mi davano della farina, che portavo al fornaio per avere un po’ di pane. Ho visto tutti i bombardamenti, ho visto dei miei amici non tornare più. Ci si chiedeva come mai succedessero certe cose. Sono esperienze che lasciano il segno.

E sua moglie? La accompagna ai tornei?
No, lei preferisce la pallavolo. Anche il calcio non è che le piacesse particolarmente. Quasi tutti i giocatori sono accompagnati, chi dalla moglie, chi dai figli, ma stare una settimana al circolo, per chi non gioca, diventa stancante. Vedo donne che lavorano a maglia sugli spalti, altre totalmente disinteressate al torneo del marito. Per questo preferisco andarci da solo. Non voglio obbligare nessuno a seguirmi.

Cosa pensano le sue figlie e i suoi nipoti di avere un padre/nonno campione del mondo?
Sono tutti felici. Le mie figlie non sono grandi appassionate di tennis, ma so che mettono le mie foto su Facebook. Non so bene come funzioni, ma mi fa piacere.

Alla sua età si può migliorare?
Nel mio caso sì. Ho imparato tardi, non ho mai preso una lezione di tennis, perciò osservo gli altri giocatori e cerco sempre di imparare. I primi due o tre anni il mio unico allenatore è stato la macchina lanciapalle. Andavo all’Accademia Vavassori a mezzogiorno, quando i ragazzi erano a pranzo, e stavo oltre un’ora a colpire palle. Due dritti, due rovesci, due volèe. Ho imparato così, e seguendo il mio istinto da calciatore. Giocavo da stopper, il mio compito era anticipare l’attaccante. Così cerco di fare la stessa cosa nel tennis: giocare dentro al campo. Più vado avanti e meglio gioco. A volte esagero, mi trovo la palla nei piedi. Ma pazienza, sono un tipo istintivo.

A 88 anni si hanno ancora dei sogni?
Più che avere dei sogni, mi godo la soddisfazione di saper ancora fare bene qualcosa di bello. Se mi guardo in giro, vedo gente della mia età che cammina col bastone, altri che passano le giornate al bar a giocare a carte, altri chiusi nelle case di riposo. Allora mi accontento. Sono felice di essere ancora un tennista.


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