LA RIVISTA IN EDICOLA - Febbraio 2012
25/10/2009

Fede per sempre. Un anno dopo

Fede per sempre. Un anno dopo

 

di Gianluca Rinaldini - foto Archivio Tennis Italiano

Capii immediatamente che aveva dentro di sè un carattere straordinario quando Paolo Bertolucci ed io decidemmo di convocarlo (era il 1992) al Centro tecnico nazionale di Cesenatico. Fu una convocazione decisa con un anno di anticipo rispetto alla prassi, ma ampiamente motivata. E lui ci fece subito capire che avevamo in mano un vero talento, un puledro di razza che come tale andava allevato. Sono sempre stato convinto che Fede sarebbe diventato il solo giocatore italiano, dopo Adriano Panatta, capace di cambiare le sorti del nostro tennis. Capace cioè di rivitalizzarlo, ciò non in ragione delle sue pur notevoli capacità tecniche e tattiche, ma per via del carisma che gli aveva regalato Madre Natura e, insieme, di quella sorta di istrionismo che sapeva sprigionare. Pochi giorni dopo il suo arrivo a Cesenatico cominciammo non solo a lavorare fianco a fianco, ma a vivere a contatto di gomito la vita di ogni giorno, a dimostrazione del fatto che si andava consolidando tra noi un feeling a tutto tondo, fatto di reciproco rispetto e reciproca fiducia, che sempre più si fortificò giorno dopo giorno. Fede dimostrò di essere un vincente anche nelle occasioni in cui tutto sembrava essere più grande di lui. Nelle settimane e nei mesi seguenti ne ebbi la prova da alcune partite vinte in modo rocambolesco, così come ne ebbi conferma negli anni successivi: ne fu testimonianza, ad esempio, nel 1995 quella semifinale che riuscì a far sua all’Avvenire quando tutto sembrava perduto. Era un vincente nato, uno che voleva vincere a tutti i costi anche giocando a carte. Dentro di lui ardeva il fuoco della vittoria, sia che giocasse a calcio, a ping pong oppure a tennis. Persino quando i ragazzi del Centro si ritrovavano nella saletta TV era lui ad averla vinta nella scelta del programma. Ciò spiega perché negli allenamenti atletici quotidiani, che svolgeva col professor Marino Rabitti, per ottenere da lui il miglior rendimento dovevamo sempre metterlo in competizione con se stesso e con gli altri ragazzi.

Tutto questo costituiva per lui uno stimolo vitale. Negli anni del tennis giovanile, cioè sino ai 18, vinse praticamente tutto ma, forse, ci si dimenticò che, di pari passo col suo tennis, cioè mentre continuava a crescere dal punto di vista tecnico, era indispensabile farlo crescere altrettanto dal punto di vista atletico. Sul piano tecnico una sua straordinaria prerogativa era la capacità di lettura della partita: lui sapeva sempre con tre colpi d’anticipo quel che sul campo sarebbe successo tre colpi dopo.  Ma sul piano fisico gli sarebbe stato necessario un tempo maggiore per poter costruire migliori fondamenta. Purtroppo ciò non fu possibile per il fatto che Fede doveva rincorrere tutti i maggiori traguardi giovanili. Quegli obiettivi da raggiungere fecero dimenticare che era anche necessario guardare avanti, agli imminenti anni del tennis professionistico da affrontare con una adeguata costruzione atletica. E questo è sempre stato per me motivo di forte rammarico. A Fede piaceva la vita, la vita intesa nel senso limpido e autentico della parola. Per questo motivo non era ancora pronto a pensare solo al tennis come, invece, già allora sarebbe stato necessario. Durante i tornei era sempre pronto ad inseguire la gonnellina di una coetanea (vero Elena, Flavia, Tati?...). Ed io, devo confessare, in qualche occasione non mi sottrassi ad innocenti complicità perché mi rendevo conto che per lui si trattava del naturale modo di essere. V’era una sorta di linfa vitale che non poteva essergli negata se poi pretendevi da lui un sempre maggior rendimento in campo e gli richiedevi ulteriori sacrifici negli allenamenti.

Era, insomma, una sorta di ‘do ut des’. Pur nell’ambito di un gruppo di ragazzi davvero straordinario (Braccio, Poto, Florian, Ciro, Galimba, Max, Capo), con Fede entrai in totale sintonia e tra di noi si stabilì un rapporto che mi impegnava, non esagero, 24 ore su 24. Perché lui non ti dava mai tregua, aveva sempre qualcosa di nuovo e di originale da sottoporre al tuo parere. E pretendeva, sempre e comunque, una risposta. Proprio come i cavalli di razza. Quando il Centro tecnico di Cesenatico fu costretto a chiudere i battenti (che errore imperdonabile, quello) il mio rapporto con Federico non si spezzò, tutt’altro. Era già un giovane uomo, e stava muovendo i primi importanti passi, irti di insidie, per diventare un “giocatore”, quando venne meno la quotidianità del lavoro comune. Ma non venne meno una forte e costante collaborazione a distanza, che, spesso e volentieri, ma non solo, si materializzava quando Chicco era assalito dai suoi dubbi, oppure nei momenti di sconforto dettati dagli ostacoli e dalle insidie che la scalata al tennis professionistico impone senza tregua e che sente soprattutto un puledro di razza. Allora furono Paolo Bertolucci e Mario Belardinelli ad esortarmi, continuamente, a non mollare questa grande sfida, iniziata sei anni prima, perché come me credevano ciecamente nelle straordinarie qualità tecniche e istrioniche di un ragazzo che, raramente, un tecnico ha la fortuna di ricevere dalle mani di Madre Natura. Dopo le prime asperità da superare vennero ben presto i primi infortuni. Fede faticava ad affrontare problemi e guai fisici, anche perché il piacere di vivere prendeva talvolta il sopravvento sulla dura fatica che impone il (noioso) lavoro quotidiano. Come dicevo, il nostro rapporto non si interruppe mai.

Continuai a seguirlo nei tornei italiani che avevo l’opportunità di vedere (l’ultima occasione fu, la scorsa estate, a San Marino), e continuai a incontrarlo spesso a casa mia, ma da qui in poi sono altre persone che, eventualmente, devono subentrare nel ricordo di Fede. L’assurdità di questa tragedia è stata ed è, anche mentre scrivo queste righe, più forte di me. Posso solo trarre una minima consolazione dal fatto di aver vissuto una magnifica esperienza che vorrei augurare ad ogni tecnico. Una straordinaria esperienza, sia in campo che fuori, compiuta con un ragazzo splendido che continuamente ti stupiva, ti assorbiva, ti coinvolgeva con il suo grande talento, il suo acume, la sua vivacità mentale, la sua scaltrezza, la sua furbizia. Sono certo che ancora una volta Fede, se solo avesse avuto una sola possibilità di lottare, avrebbe vinto perché chi possiede le sue qualità sa battersi da par suo contro le avversità. Questa volta, però, il fato ha preteso di vincere senza concedere la benché minima chance e un pezzo importante di me stesso se n’è andato con uno strappo violento. Ma Fede continuerà ad essere sempre presente nel mio cuore e continuerà a chiamarmi sul cellulare con il solito preambolo: “Ciao, Jolly!”.

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