
di Corrado Barazzutti - foto Max Turrini
Con Federico ho vissuto tre anni molto intensi. Da un approccio iniziale difficile a una convivenza produttiva, durante la quale entrambi abbiamo imparato come rapportarci l’uno verso l’altro. Ricordo che nel corso di questo periodo ho imparato a conoscere bene Fede anche fuori dal campo, e posso dire che non era come appariva al pubblico. Aveva le sue fragilità, le sue incertezze, come tutti del resto, ma una personalità molto forte. Era difficile entrare nelle sue grazie, ma una volta ottenuto l’obiettivo si poteva star tranquilli, sapendo che lui non avrebbe tradito. Al di là del lato puramente sportivo, dunque, è emerso un rispetto e persino un affetto che è difficile trovare in un rapporto lavorativo, dovuto a quei tre anni nei quali ho passato più tempo con Fede che con le mie stesse figlie.
Insieme siamo riusciti a formare una squadra, e forse sono diventato quello di cui lui, sempre alla ricerca di punti di riferimento, aveva bisogno. Insieme ci siamo tolti delle grandi soddisfazioni, e prima dei bei risultati di Roma e Barcellona, sempre nel 2001 lo convocai in Davis per quella famosa partita con la Finlandia. E lui vinse a modo suo. Soffrendo e lottando fino a portare a casa il match con Liukko per 14-12 al quinto set. Federico è stato un bel giocatore di talento, fantasioso, con un tennis divertente. Raro da trovare nel tour. Ma è stato soprattutto un ragazzo che con il suo carattere, la sua forte personalità, la sua simpatia e le sue “luzzate”, si è fatto voler bene da molti di noi, quelli che lo conoscevano bene e che non lo dimenticheranno mai.
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