Federico Mariani - 10 gennaio 2019

EL PEQUE: 170 POSSONO BASTARE?

Diego Schwartzman, avversario di Seppi nella semifinale di Sydney, non raggiunge i 170 centimetri di altezza ma è comunque arrivato a un passo dalla top 10. Grazie a fisico, intelligenza e grande coraggio. Eredità di mamma Silvana, capace di inventarsi dei braccialetti di gomma per finanziare le prime spese del figlio
1/5 Diego Schwartzman sarà l'avversario di Andreas Seppi nella semifinale di Sydney

Ole ole ole ole! Diego, Diego!. Il coro è di qualche tifoso sul Philippe Chatrier in una giornata d’inizio giugno che i meteorologi non sanno pronosticare. Dal suo arrivo a Napoli, Diego sarà universalmente riconosciuto come quel genio che ha rivoltato il mondo pallonaro mostrando cose che nessuno mai. Non serve estendere il nome completo: Diego è lui. Punto. Il Philippe Chatrier, però, ne acclamava un altro, che ha la stessa miniatura di Maradona ma che ha scalato il mondo dei giganti maneggiando una racchetta. La guida ufficiale – che notoriamente favoreggia i giocatori allungando centimetri agli uomini e rosicchiando chili alle donne – mente su Diego Sebastián Schwartzman assegnandogli 170 centimetri che, palesemente, non raggiunge. «Un centímetro más que Diego», dice lui riferendosi ovviamente a Maradona. Schwartzman è un bonsai dai capelli biondi e gli occhi di un chiaro svelto, vivace e infantile allo stesso tempo. In campo sembra un bambino, fuori pure. Porta il berretto con la visiera all’indietro come il figlio che si diverte a indossare il cappello del papà. In mano a lui, la racchetta è sproporzionatamente grande. Quando, però, la mena a mezz’aria – che per lui corrisponde quasi sempre all’altezza della spalla – il bonsai si trasfigura in diavolo. Prima che Rafa Nadal facesse uno squillo al Superiore ricevendo in cambio un provvidenziale diluvio, in quella giornata d’inizio giugno El Peque aveva fatto piovere da sé: una grandinata di 20 (venti!) colpi vincenti per pigliarsi il primo set dei quarti di finale di Roland Garros contro il più grande di sempre, sul rosso. Tre anni e trentasette set, tanto era durato il digiuno (degli altri) contro Rafa a Parigi. Diego era avanti anche nel secondo (3-2 con break) prima dell’interruzione. Alla ripresa, Rafa ha piazzato un parziale di 16 giochi a 5. Pazienza.

Diego tiene comunque a fare una precisazione: «Non mi chiamano El Peque perché sono basso: è un soprannome che mi ha dato la mia famiglia perché sono l’ultimo arrivato. Ho due fratelli (Andres e Matias) e una sorella (Natali), tutti maggiori di me. Poi caso ha voluto che io sia anche piccolo di statura, nonostante nella mia famiglia abbiano tutti un’altezza normale». Chi si stupisce del risultato parigino, tuttavia, ha sgranocchiato poco tennis. Già, perché Schwartzman ai quarti di finale Slam non è assolutamente fuori dal mondo, anzi. L’anno prima sempre a Parigi aveva forzato Djokovic a ricorrere al quinto set prima di arrendersi, e lo scorso settembre aveva raggiunto i quarti di finale anche a Flushing Meadows. «Sono nato sulla terra come tutti gli argentini, ma non sono un terraiolo – dice e poi aggiunge –: mi piace giocare sul veloce perché ho un gioco offensivo e servo pure benino». Tuttavia, è chiaro come il core-business del furetto argentino sia la risposta: nell’ultimo anno Schwartzman vince un punto su tre in risposta e, soprattutto, intasca il 32% dei game quando serve il suo avversario. Per intenderci, percentuali pressoché identiche a Djokovic, tanto che nel rating relativo unicamente alla risposta, Diego occupa la quinta posizione.

Nei primi due Slam del 2018, per sbatterlo fuori c’è voluto lo scoglio più grande: ottavi di finale a Melbourne, quarti a Parigi. Il carnefice è sempre stato Rafa Nadal e almeno un set El Peque gliel’ha sempre strappato. Nel mezzo, Diego ha vinto il 500 di Rio de Janeiro, il torneo più importante dell’America Latina. A Parigi gli ottavi di finale vinti contro Kevin Anderson rappresentano una partita iconica. Il sudafricano, accessoriato con 203 centimetri piuttosto rozzi, ha dominato i primi due set, ha servito per il match sul 5-4 del terzo e pure del quarto set, per poi venire spezzato al quinto set dal Peque. Il match point che ha timbrato la rimonta dell’argentino? Un ace che ha lo stesso suono di uno schiaffo in faccia. «Non c’è molta differenza nell’approccio tecnico alla partita contro giocatori di un metro e 90: loro servono molto meglio di me, ma io ho un enorme vantaggio nello scambio. È un 50-50. Certo, per battere tennisti che fisicamente sono il doppio, mentalmente devo essere forte il doppio di loro». Dopo Roland Garros, la classifica fa cadere la mascella: numero 11, a 600 punti e una quarantina di centimetri da John Isner. «Sarei ipocrita se dicessi di non esserne sorpreso. Spesso il ranking è un numero che interessa più i giornalisti che i giocatori, ma è chiaro che lo abbiamo sempre sottomano. È davvero incredibile quanto fatto negli ultimi due anni, e la cosa ancora più straordinaria è che sento di non aver raggiunto ancora il mio limite – dice Diego –. Ma non esistono segreti, oltre al duro lavoro. Ho sacrificato tanto per arrivare dove sono, dentro e fuori dal campo. Sono sempre stato cosciente di quello che andava fatto e quello che andava evitato. E non ho cambiato molti allenatori, non mi piace: sono stato con Sebastian Prieto per cinque anni e ora con Juan Ignacio Chela».

Il problema della statura pare sia tale solo per gli altri. Schwartzman tratta i suoi centimetri con leggerezza, quasi incuranza - «È qualcosa che notate più voi di me» – come se fosse normale arrivare alla base della top 10 mondiale da sotto i 170 centimetri. E infatti non lo è, tanto che tra i professionisti Diego è il più piccoletto. «Non ne conosco di più bassi. Ci sono Dudi Sela o Victor Estrella, ma sono tutti più alti di me. C’era anche il vostro Flavio Cipolla…». Non ci sono grandi differenze nemmeno nell’allenamento: «È chiaro che non conquistando quasi mai punti diretti col servizio, devo curare con attenzione l’aspetto fisico, la forza e la resistenza. Se hai come base un fisico possente, è più facile generare forza, mentre io ho bisogno di molto lavoro in campo e in palestra per colpire forte. Per me ogni punto è una battaglia».

Si dice che nel cuore di un vero argentino due cose non possano mancare: il mate e il futbol. Schwartzman non fa eccezione, ovviamente. Il Diego mini-calciatore era in forza al Club Social Parque, «dove ha iniziato Juan Roman Riquelme», tiene a rimarcare. Per intenderci, Riquelme è uno che in un recente sondaggio tra i tifosi del Boca ha ricevuto più consensi del Diez, fate voi. Per quanto riguarda il doppio sport, Diego dice: «Non lo nascondo, ho sempre preferito il calcio al tennis, e ancora adesso è lo sport che guardo di più in tv. Mi diverte più del tennis. Fino a 13-14 anni giocavo in una squadra a Buenos Aires, poi ho dovuto scegliere su cosa concentrarmi e ho scelto il tennis, ma semplicemente perché ero più bravo con la racchetta che con il pallone». Pro e contro e nel tennis, i secondi abbracciano quasi sempre la sfera economica. Quattro figli, uno stipendio insufficiente e la profonda crisi economica che stringe l’Argentina a inizio millennio. Erano tempi difficili e provare a lanciare una carriera professionistica come tennista pareva quasi un’utopia per una famiglia che, dicono, saltava pure qualche pasto per agevolare il sogno del Peque. Gli argentini, però, non difettano d’ingegno e dietro un miracolo sportivo – perché di questo si tratta – c’è sempre una figura di riferimento, molto spesso quella materna. Mamma Silvana, più di tutti gli altri, ha sostenuto l’ascesa di Diego e la storia dei braccialetti ne è la conferma: «Si è inventata questa cosa dei braccialetti di gomma, a papà è venuto in mente di stamparci il logo delle squadre di calcio e li vendevamo a tre pesos. Coi soldi ricavati pagavamo gli alberghi dei tornei, le corde e qualche extra». Oltre alla famiglia, molte persone hanno aiutato Diego quando era in rampa di lancio. Lui ne ricorda una in particolare: «Pico Monaco non mi ha aiutato economicamente, ma ha facilitato tante cose: mi ha consigliato sulla preparazione fisica, mi ha detto come muovermi e gestire tante situazioni. Per me lui è come un fratello».

Quello del Peque è dunque un miracolo sportivo. Come in altre discipline, anche il tennis, si è proteso verso l’atletismo, spesso sacrificando il talento tecnico sull’altare di centimetri e cilindrate superiori. Il viaggio di Diego, partito con molti sogni ma pochi centimetri e ancor meno speranze, è di impatto violento come una ribellione, una rivoluzione trattata però con estrema dolcezza.

* Diego Schwartzman è nato a Buenos Aires (Argentina) il 16 agosto 1992. In carriera ha vinto due titoli ATP a Istanbul nel 2016 e Rio de Janeiro nel 2018. I migliori risultati nei tornei dello Slam sono i quarti di finale raggiunti allo US Open nel 2017 e a Roland Garros nel 2018. Lo scorso giugno ha conquistato il suo best ranking in carriera all’undicesimo posto della classifica mondiale. Schwartzman è di origini ebraiche, nato da papà Ricardo e mamma Silvana, emigrati in Argentina dalla Germania. Ha due fratelli (uno è programmatore informatico, l’altro agente di viaggio) e una sorella (avvocato). È allenato da Juan Ignacio Chela

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