EL MILAGRO DE PAULO ANDRE SARAIVA DOS SANTOS

Paulo Andrè Saraiva dos Santos, 18 anni, figlio di un muratore e un’operaia, ha cominciato a giocare a tennis solo sei anni fa, attraverso un progetto sociale del Corpo dei Marines. Ma già lo scorso maggio ha conquistato un punto ATP, primo passo verso un futuro migliore. In barba a quello che pensa perfino l’ex Presidente del Brasile, Lula
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    Marco Caldara
    18 dicembre 2018

    Su YouTube circola un video dell’ex presidente brasiliano Luiz Inácio da Silva, più comunemente Lula, che mentre passeggia per una baraccopoli di Rio de Janeiro viene interrogato da uno dei residenti sul perché da quelle parti non ci fosse alcun campo da tennis: «È lo sport della borghesia» disse, cedendo a un luogo comune. Una barriera, quella economica, capace di stroncare tanti sogni, ma che può anche trasformarsi in motivazione. Come per Paulo André Saraiva dos Santos, figlio di un muratore e un’operaia che, in barba agli stereotipi, sta mostrando a tutti come nel ranking ATP ci sia posto anche per chi è nato a Itapoã, nella periferia di Brasilia, una città-favela dall’alto indice di violenza, con poche infrastrutture e tanta povertà. A maggio, al Futures di Brasilia, si è guadagnato l’ingresso nella classifica mondiale a 18 anni, appena sei anni dopo aver impugnato per la prima volta una racchetta attraverso un progetto sociale del Corpo dei Marines, chiamato Second Time. Per togliere i bambini dalla strada, li hanno portati a fare sport e sua madre ha colto l’occasione per lasciarlo in mani sicure.

    Da quando Paulo André ha provato il tennis, non l’ha più abbandonato. All’inizio mamma non vedeva di buon occhio i propositi tennistici del figlio, reputandoli fuori dalla portata della famiglia, ma Paulo André aveva in mente qualcosa di più importante che prendere in mano una racchetta e colpire una pallina. «Fin dall’inizio – racconta – ho detto a mia madre che volevo diventare qualcuno, per realizzare i nostri sogni». Farlo è difficile di per sé, lo è ancora di più col portafoglio vuoto. Ma lui non si è arreso. Ha viaggiato per un torneo nazionale con in tasca 100 Reais (una ventina di euro) e per pagarsi le spese ha cominciato a incordare le racchette di tutti. «Non ho i soldi, ma ho la cosa più importante: la volontà e l’appoggio delle persone che mi stanno intorno e credono in me». E così i problemi finanziari si sono trasformati da limite a stimolo, perché sapendo di avere poche opportunità Paulo André prova a sfruttarle al massimo. Come ha fatto con la wild card ricevuta in extremis lo scorso maggio a Brasilia. Non doveva essere sua, ma il destinatario si è fatto male e ne ha beneficiato lui, che all’esordio fra i pro ha sconfitto per 6-4 7-6 l’argentino Lorenzo Gagliardo. La sera prima, mentre tutte le auto lasciavano il Clube do Exército dopo l’ultima partita del giorno, lui aspettava l’autobus fuori dal circolo per rientrare a casa, mentre 24 ore dopo era sul Centrale a braccia aperte, con in tasca il primo punto ATP. «Ho sempre detto al mio coach che avevo solo bisogno di una possibilità: entrare nella classifica mondiale, per me significa davvero tanto».

    Coach Antônio Lindoso giura che chiunque vorrebbe avere un allievo con la sua dedizione, mentre per i media locali Paulo André è diventato subito il «figlio del muratore». La sua storia, esempio per tutto il paese, ha fatto il giro del Brasile aiutandolo a trovare un piccolo sponsor e tanta gente disposta a dargli una mano, anche se i soldi restano ancora un enorme problema. Di uscire dal Brasile non se ne parla, così come di giocare troppo lontano da casa: i biglietti aerei, per ora, sono fuori portata. Per avere un po’ di respiro ha avviato una campagna di crowdfunding online, dal titolo fin troppo chiaro: vorrei diventare un tennista professionista. Ha chiesto alla grande rete del web un totale di 30.000 Reais, poco meno di settemila euro, e in cambio ha messo a disposizione qualche ora di lezione, tutto ciò che può dare. «Viaggio molto meno rispetto ai ragazzi della mia età, ma mi sento comunque fortunato. C’è chi mi aiuta per le corde, chi per il pranzo, chi per l’allenamento fisico, chi per i trasporti. Moltissime persone mi stanno facendo sentire il loro aiuto e mi motivano a dare il massimo ogni giorno. Sempre. Non gioco solo per me stesso, ma per tutti coloro che si impegnano per me. Nei momenti bui penso a loro». La forza per non badare alle difficoltà arriva proprio da lì.


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