K.

Mercoledì 28 Aprile, 2010

E' oscura Agota, come il suo nome; come la città di K, mai descritta, ma così nitida. Lei è ungherese ma si esprime in francese, con grande sorpresa dei francesi che a metà degli anni ottanta, quando uscì il romanzo, rimasero folgorati e lo fecero conoscere ad altri trenta paesi. Due protagonisti: Lucas e Klaus. Due gemelli, due specchi. Uniti poi divisi, in tre parti: Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna. Agota è brava perché non spiega, agisce. La sua è una scrittura affilata e appassionante, perché non vuole insegnare nulla, lascia decidere al lettore, e poi capovolge qualsiasi congettura. Le pagine sono piene di punti. Frasi brevi. Poesie crudeli che non respirano. E noi con loro. Leggiamo sott'acqua. Nuotiamo in un mondo congelato. Deformato ma reale. Il meccanismo perverso della lettura si mette in moto dalle prime righe, e non si può arrestare, come succede con quei romanzi d'appendice. Anche questa è una favola, ma così nera da mascherare le vie di fuga, e quando ve ne sarete accorti sarà troppo tardi. Se avete freddo copritevi, se avete paura chiamate qualcuno, tenetevi per mano, e provate a entrare nella città di K.

Trilogia della città di K, Agota Kristof, Einaudi 

 

 

 

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