Martedì 25 Maggio, 2010
Oro o Carbone? Inchiostro o raggio di sole?
Non è una canzone, è la scelta che ogni uomo deve fare nella propria vita: bionda o mora?
Le rosse sono escluse perché piacciono sempre, con quelle lentiggini che sembrano disegnate da Klimt.
Shaparova o Ivanovic?
Le sfumature delle donne del tennis sono ben definite, come le personalità: gelide, mistiche, incantatrici.
Le donne hanno un colore di capelli prima di avere un carattere; sono stereotipi che arrivano da lontano. La televisione rimarca e la letteratura smentisce.
E poi ci sono le donne creative, o impaurite, che cambiano la loro natura e nascondono le emozioni dietro a una colata di colore. Non fidatevi di loro.
Ma sulla terra rossa di Parigi, di che colore vi innamorereste?
Oro o Carbone? Inchiostro o raggio di sole? Non è una canzone, è la scelta che ogni uomo deve fare nella propria vita: bionda o mora? Le rosse sono escluse perché piacciono semp
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Mercoledì 12 Maggio, 2010
Le 10 cose che fanno più incazzare della tv italiana:
Chiunque parli di sé in terza persona (succede spesso nei confessionali dei reality show)
Gli stranieri che nonostante gli anni passati in tv non hanno ancora imparato l'italiano e gli italiani che non hanno mai studiato l'italiano
I jingles delle trasmissioni
Le dichiarazioni dei politici
Gli opinionisti senza opinioni
Le morti e le reincarnazioni dei personaggi storici delle soap
Le non-notizie dei telegiornali
I pacchi
Il dito puntato alla camera delle annunciatrici rai
I bambini prodigio che cantano, i vip che ballano, i quasi vip che fingono di sopravvivere e i guinness dei primati
Le 10 cose che fanno più incazzare della tv italiana: Chiunque parli di sé in terza persona (succede spesso nei confessionali dei reality show) Gli stranieri che nonostante gli an
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Mercoledì 28 Aprile, 2010
E' oscura Agota, come il suo nome; come la città di K, mai descritta, ma così nitida. Lei è ungherese ma si esprime in francese, con grande sorpresa dei francesi che a metà degli anni ottanta, quando uscì il romanzo, rimasero folgorati e lo fecero conoscere ad altri trenta paesi. Due protagonisti: Lucas e Klaus. Due gemelli, due specchi. Uniti poi divisi, in tre parti: Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna. Agota è brava perché non spiega, agisce. La sua è una scrittura affilata e appassionante, perché non vuole insegnare nulla, lascia decidere al lettore, e poi capovolge qualsiasi congettura. Le pagine sono piene di punti. Frasi brevi. Poesie crudeli che non respirano. E noi con loro. Leggiamo sott'acqua. Nuotiamo in un mondo congelato. Deformato ma reale. Il meccanismo perverso della lettura si mette in moto dalle prime righe, e non si può arrestare, come succede con quei romanzi d'appendice. Anche questa è una favola, ma così nera da mascherare le vie di fuga, e quando ve ne sarete accorti sarà troppo tardi. Se avete freddo copritevi, se avete paura chiamate qualcuno, tenetevi per mano, e provate a entrare nella città di K.
Trilogia della città di K, Agota Kristof, Einaudi
E' oscura Agota, come il suo nome; come la città di K, mai descritta, ma così nitida. Lei è ungherese ma si esprime in francese, con grande sorpresa dei francesi che a metà
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Mercoledì 21 Aprile, 2010
Rafael Nadal Parera, classe 1986 e ultimo vincitore del torneo di Monte Carlo. Se volete diventare come lui, ecco cosa dovete fare.
Trovare un soprannome elegante tipo Toro Scatenato
Prediligere pantaloni a pinocchietto, canotte e mutande scomode
Farsi dedicare un asterioide
Portarsi a letto Shakira, ma solo in video
Evitare di imparare una lingua straniera diversa dalla propria
Fare riscaldamento prima di giocare a calcio, alla Playstation
Contestare furiosamente anche Il falco
Chiamare il fisioterapista in campo per un boccone di banana che non ha percorso la giusta via
Mordere ogni trofeo per assicurarsi che non sia fatto di pasta frolla
Vincere Wimbledon andando a rete una volta sola.
Rafael Nadal Parera, classe 1986 e ultimo vincitore del torneo di Monte Carlo. Se volete diventare come lui, ecco cosa dovete fare. Trovare un soprannome elegante tipo Toro Scatenato Predilige
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Lunedì 12 Aprile, 2010
Leggere e leggere la letteratura sono due cose diverse: leggiamo mail, biglietti da visita, graffiti, articoli, racconti, poesie e romanzi. Leggere la letteratura è come afferrare la grana della carta, decifrare un programma, o entrare nel pigmento del colore che ha dipinto una scritta sul muro di una ferrovia. Leggere la letteratura è vedere di che materia è fatta una rima. Alcuni la chiamano meta-narrativa, altri meta-noia-narrativa, ma chiunque sia stato stato sedotto da quegli incastri di parole che a volte diventano libri, deve leggere The Paris Review, Il libro.
Paris Review è la rivista letteraria più prestigiosa del mondo, è nata nel 1953 a Parigi e ora ha sede a New York, ma continua a raccogliere le parole di scrittori e poeti contemporanei. In Italia, lo scorso luglio, uscì il primo dei quattro libri di sole interviste, oggi è arrivata un'antologia che mescola più generi e più scrittori.
Lo sapevate che Hemingway scriveva in piedi? O che Borges era un appassionato di Emilio Salgari?
Dietro l'opera di ogni scrittore c'è un mondo di coincidenze autobiografiche che vale la pena di visitare.
Leggere e leggere la letteratura sono due cose diverse: leggiamo mail, biglietti da visita, graffiti, articoli, racconti, poesie e romanzi. Leggere la letteratura è come afferrare la grana del
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Martedì 6 Aprile, 2010
E' l'ultimo vincitore del master di Miami, è americano ed è stato anche numero uno al mondo. Si chiama Andrew Stephen Roddick. Ecco le dieci mosse per diventare come lui.
Trovare un soprannome da cartone animato tipo A-Rod
Portare sempre un cappellino in campo - per sistemarlo continuamente - e un paio di Ray-Ban fuori dal campo
Comprare un cane, chiamarlo Billie Jean King e vestirlo con abiti sportivi
Produrre una linea di intimo con il proprio nome scritto sulle parti intime
Sfogliare una rivista tipo Sport Illustrated, scegliere una delle modelle bionde in bikini, contattare il suo agente, incontrarla e sposarla
Imparare a cucinare solo uova al tegamino
Scambiare le conferenze stampa per talk show americani
Partecipare a tutti i talk show americani credendo che siano conferenze stampa
Rivolgere frasi ironiche ai giudici di sedia per insultarli velatamente
Arrivare tre volte in finale a Wimbledon e non vincere mai
E' l'ultimo vincitore del master di Miami, è americano ed è stato anche numero uno al mondo. Si chiama Andrew Stephen Roddick. Ecco le dieci mosse per diventare come lui. Trovare un
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Martedì 23 Marzo, 2010
Si chiama Mahoko ma tutti la conoscono come Banana, figlia di uno dei più importanti critici e filosofi giapponesi: Takaaki Yoshimoto. Banana ha esordito alla scrittura a ventiquattro anni con Kitchen, e pubblica un libro all'anno da almeno vent'anni. Sono romanzi brevi o racconti lunghi, dipende dalla paura che ognuno di noi ha della lunghezza o della brevità; ma le sue frasi sono essenziali e disinvolte. I temi ritornano: l'amicizia che si mescola all'amore, la solitudine che si trascina dopo una perdita e l'ignoto, il sogno, quello notturno, nero e speziato. Banana usa la prima persona e sono certa che ogni libro ci sveli sempre qualcosa di lei, ma la sua abilità sta soprattutto nella sospensione, nel racconto dell'interiorità di un personaggio attraverso la metafora del paesaggio. Ecco perché i suoi libri sono colmi di cancelli bianchi, spiagge fredde, strade silenziose e spazi illuminati. I luoghi di Banana hanno i sensi accesi e sono più espressivi di molti dialoghi. Le storie sono semplici e decorate con colpi di scena che sorprendono solo il lettore più sensibile. Amrita, Tsugumi, Lucertola, Sonno profondo, sono solo alcuni titoli, gli altri ve li ritroverete davanti al momento giusto, perché leggendo ho capito che Banana la pensa come me: i libri accadono.
Si chiama Mahoko ma tutti la conoscono come Banana, figlia di uno dei più importanti critici e filosofi giapponesi: Takaaki Yoshimoto. Banana ha esordito alla scrittura a ventiquattro anni con
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Giovedì 18 Marzo, 2010
Aldo Busi all’isola dei famosi è poesia pura, riesce a travestire gli insulti da complimenti e parla di spiritualità, psicologia, letteratura e arte, come se fosse nel soggiorno di casa sua. Sull’isola sono tutti poveri, non hanno il cerone che li nasconde, né un copione da leggere eppure Busi è ricco di metafore, allegorie, paradossi. Gli altri, nella loro mediocrità impudica, lo escludono perché lui li provoca e dice loro cose scomode, quelle che vanno a toccare le parti di noi che ci rifiutiamo di vedere. Lo insultano, lo nominano, lo accusano e come tutti gli stolti, scambiano la genialità con l’onnipotenza.
Sarebbe divertente avere un’isola dei tennisti, con la Sharapova che tira i capelli alla Jankovic per un pezzo di cocco, Nadal che tenta di prendere un pesce senza riuscirci e Roger che pulisce meticolosamente il suo tappetino per il sole. Secondo voi, esisterebbe un Aldo Busi anche per loro?
Aldo Busi all’isola dei famosi è poesia pura, riesce a travestire gli insulti da complimenti e parla di spiritualità, psicologia, letteratura e arte, come se fosse nel soggiorno di
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Mercoledì 3 Marzo, 2010
Ogni categoria ha le sue interruzioni: il blocco dello scrittore, del pittore, del compositore e anche del lettore. Ma nessuno ha mai parlato del blocco del tennista. Come quando sei sopra di un set con un break e al momento di servire non entra più la prima, il dritto esce di scena e il back vola via come fosse arrivato da un altro pianeta. E allora cominci a perdere il game e dici: “non importa”, ma poi finisci 4 pari e il pensiero di andare al terzo è attraente quanto un sequestro di persona; perché fa caldo, perché sulla terra rossa prima di fare un punto ci vogliono due anni, e perché senti tirare quel maledetto aduttore che hai trascurato. E così si entra nella spirale delle auto-promesse: “giuro che se vinco in due set domani vado dal fisio”, “giuro che faccio un'ora di stretching tutti i giorni per almeno due settimane”, “giuro che faccio tre cesti di servizio”, “giuro.” Ma il dritto continua a uscire di tre metri e se provi a dargli un po' di top in più ti arriva a metà campo. E intanto è set point per l'altro e dopo i giuramenti arrivano le parolacce.
Margaret Atwood, nel suo decalogo per il blocco dello scrittore, invita l'autore a uscire per una passeggiata. Nel tennis non possiamo chiedere di fare il giro del circolo. E allora che fare?
Ogni categoria ha le sue interruzioni: il blocco dello scrittore, del pittore, del compositore e anche del lettore. Ma nessuno ha mai parlato del blocco del tennista. Come quando sei sopra di un set c
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Lunedì 1 Marzo, 2010
Con quel nome evocativo e quei lineamenti da Dorian Gray, Ernests Gulbis avrebbe riempito i teatri inglesi se solo i poeti l'avessero visto giocare. Il 2010 non ha nulla di vittoriano, se non qualche abito in stile gotico delle Williams nelle occasioni importanti (e la riedizione dell'opera completa di Anthony Trollope); ma è proprio il tennista lettone a restituirci un po' di quell'aria di rinnovamento che portano le arti, tennistiche in questo caso. Perché Ernests, con quell'armonia di gioco creata dall'alternarsi di tocco e potenza, ha cominciato a farsi notare, mettendo in difficoltà Federer a Doha, nei quarti e poi in semifinale a Memphis contro Sam Querrey, fino al torneo americano di Delray Beach dove non perde neanche un set e batte Karlovic lasciandogli solo cinque game.
Gulbis, classe 1988, è lettone. Il padre ex cestista ora businessman e la madre attrice, lo hanno educato allo sport fin da piccolo, grazie anche alla passione per il basket del nonno paterno. Ernests iniziò a giocare a cinque anni, a dodici partecipò alle principali competizioni europee, a quindici diventò professionista e venne convocato in Davis. A diciotto vinse i suoi primi tre challenger e oggi, a ventidue anni arriva il primo successo importante che gli permette di raggiungere la posizione numero 45 della classifica ATP. Parla quattro lingue, gli piacciono la letteratura e i film classici; segue il calcio, il basket e l'hockey. C'è solo un'imperfezione nel suo passato da 'tennista della porta accanto', qualche notte scapestrata nelle vie di Stoccolma finita con un giro in commissariato e una multa; ma siamo sicuri che Oscar Wilde sarebbe stato fiero del suo Ernesto comunque.
Con quel nome evocativo e quei lineamenti da Dorian Gray, Ernests Gulbis avrebbe riempito i teatri inglesi se solo i poeti l'avessero visto giocare. Il 2010 non ha nulla di vittoriano, se non qualche
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