Fare il maestro non è un lavoro da sfigati

Martedì 6 Ottobre, 2009

Caro Tennis Italiano, ho letto con vivo interesse l'inchiesta sul mondo, a dir poco precario e caotico, che ruota intorno alla professione del maestro di tennis, apparsa sul numero di settembre 2009.
Condivido con Federico Ferrero l'esigenza d'avere una “base solida” su cui poter far affidamento per uno svolgimento del proprio lavoro non suscettibile come ora a mille “intemperie”.
Comprendo anche le lamentele di ex grandi professioniste come Cecchini e Reggi.
Non posso però rimanere sulla stessa linea d'onda di chi come il maestro e coach Massimo Puci arriva a definire il lavoro che io svolgo da ormai 24 anni come “un lavoro da sfigati”.
Non può insegnare chi si reputa fallito. Non può trasmettere alcunché agli allievi che gli si presentano davanti con la gioia di chi vuole apprendere uno sport unico come il tennis.
Quale modello per le nuove generazioni può rappresentare chi, in preda alla disillusione, descrive se stesso, o un ipotetico maestro cinquantenne, come “stanco, senza prospettive e senza risparmi da parte”?
Non accetto chi arriva a reputare il lavoro che ha svolto come un'opzione sbagliata, quasi da rinnegare, da non consigliare a nessuno. Poiché le circostanze non sono di quelle buone. Poiché non si è tutelati a sufficienza.
Come se fosse possibile cambiar le cose evitando di farle, piuttosto che lottare giornalmente affinché a piccoli passi, con sforzo ed impegno costante, la situazione migliori, affinché i risultati prima o poi comincino ad arrivare.
Non può insegnare chi ha esaurito il suo entusiasmo. Non può far dichiarazioni di questo genere e pensare che la categoria di cui fa parte rimanga passivamente in silenzio.
Io, che faccio parte di questo mondo per amore del tennis e dell'insegnamento, per quella che sento fortemente come una missione formativa verso le nuove generazioni, vedo in dichiarazioni come quelle di Puci il venir meno del compito più importante: la trasmissione dei valori più sani, quelli che prima di far dei nostri allievi dei buoni giocatori, fanno di essi degli uomini in grado di affrontare al meglio la vita.
Distinti saluti
Tato Peda’
Maestro di Tennis Fit Albo 1856, Professional Ptr, D.T. Circolo Casetta Bianca, Coordinatore Pia Lazio 7, Delegato Tecnici Regione Lazio, Membro Consiglio Direttivo Scuola Nazionale Maestri Fit.

 

Caro Maestro, la ringrazio per averci scritto testimoniando un approccio alla professione tanto ricco di entusiasmo costruttivo. Non posso che condividere la sua posizione, ritenendo che insegnare il tennis sia un mestiere bellissimo e che un atteggiamento come quello che lei auspica sia l’unico in grado di portare buoni risultati. Ritengo però che le dichiarazioni di Massimo Puci vadano interpretate in chiave generale e (non personale) e provocatoria. In effetti proprio per la peculiarità di questa professione, per l’importanza che hanno la motivazione e la competenza tecnica dei professionisti che la svolgono, penso che andrebbe valorizzata e tutelata molto meglio e di più di come avviene in Italia. Ritengo che un tecnico in grado di lavorare con giovani tennisti dalla prospettiva professionistica dovrebbe guadagnare come un allenatore di calcio di Serie A. E che chi si dedica ai giovani agonisti, seguendoli ai tornei oltre che allenandoli al proprio circolo e imponendosi così notevoli sacrifice sul piano famigliare, dovrebbe ricavarne soddisfazioni materiali adeguate a quelle morali e sportive. Così avviene per gl i elementi di spicco nelle altre professioni. Un mestiere fisicamente impegnativo come il vostro meriterebbe anche tutele importanti sul piano previdenziale, per garantire con l’andar degli anni quella sere nità che se rve a esprimere appieno l’amore e l’entusiasmo che sono indispensabili nell’insegnamento.
Dunque alla fine sono di nuvo d’accordo con lei: bisogna lottare giorno dopo giorno perchè le cose migliorino.

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