di Enzo Anderloni
Lo scorso 6 agosto è mancato, a 77 anni, Franco Grigoletti, un maestro per tanti giornalisti sportivi. Scriveva di basket e tennis ma non è solo per questo che non lo dimenticherò mai.
Gente competente in una materia sportiva ce n’è tanta. Anche in due. “Grigo”, come lo chiamavano quelli che avevano con lui famigliarità e confidenza, era ben altro.
Basta leggere le righe a lui dedicate il 7 agosto da Umberto Zappelloni, vicedirettore de La Gazzetta dello Sport, in una colonna a pag. 45 della rosea, tenendo presente che “Grigo” aveva diretto la redazione sportiva de “Il Giorno”, quotidiano concorrente, e con i colleghi della Gazzetta non era mai stato tenero.
“Amava lo sport e i giornali almeno quanto la moglie Franca e i suoi cinque nipotini. Allo sport aveva dedicatola sua vita professionale creando una redazione sportiva che aveva pochi paragoni in Italia per come sapeva raccontare le storie, i personaggi, le gare o le partite. Anticonformista e mai al servizio dei padroni dello sport. Lui stesso era un maestro quando scriveva di basket o di tennis.”
Aveva curiosità, gusto del racconto e della polemica e soprattutto sapeva insegnare il mestiere ai giovani come pochi altri. Uno dei suoi grandi meriti è quello di aver riempito di allievi le redazioni sportive dei principali giornali italiani”.
Queste poche ma precise e sentite parole di Zappelloni, il riconoscimento a una persona tanto alta (fisicamente e moralmente) quanto schiva, fuori dai giochi e dalle ipocrisie di comodo dell’ambiente giornalistico, mi hanno riconciliato con un mondo che mi sembra sempre più cinico e opportunista e mi hanno fatto venire le lacrime agli occhi.
Posso dire con orgoglio di essere stato uno di quegli allievi, non certo dei più titolati. Daniele Dallera e Domenico Calcagno, per esempio, redattori nel periodo in cui collaboravo con quel “Giorno”, oggi sono al Corriere della Sera.
Ma non dimenticherò mai la mia prima trasferta di Coppa Davis, giovane redattore del “Il Tennis Italiano”, a Malmoe, per Svezia –Italia, primo turno del World Group nel 1989. Dovevo sostituire anche il fotografo, Ettore Ferreri, ammalato.
“Grigo”, allora capo della redazione sportiva de “Il Giorno”, faceva anche l’inviato sul tennis, dopo che Gianni Clerici era passato a “la Repubblica”. Perché quella sua redazione aveva avuto i Clerici, come i Gianni Brera e i Mario Fossati, giganti della scrittura sportiva. E aveva ancora Gian Maria Gazzaniga, Giorgio Raineri, Claudio Pea, Giulio Signori e tanti altre grandi firme.
Ci conoscemmo in sala stampa, lui scafatissimo, io neofita preoccupato di tutto. Forse mi notò proprio quel primo giorno, vigilia del match, quando venni a sapere per primo, assistendo, solitario spettatore a bordo campo di un allenamento mattutino, che capitan Panatta non avrebbe fatto giocare l’allora n.1 Paolino Canè, preferendogli un esordiente assoluto: Omar Camporese.
Era un giovedì mattina e io, inviato di un mensile, di quella notizia non avrei potuto approfittare. Internet non esisteva. I pezzi per i quotidiani si battevano a macchina e si dettavano alle sette di sera, per telefono. Decisi di regalare la notizia a chi poteva darla per primo: Emanuele Dotto, inviato di Radio Rai e storica voce di “Tutto il calcio minuto per minuto” che la scrisse a mano, come faceva sempre, e la diede a tutta Italia con il notiziario di mezzogiorno. I quotidiani sarebbero arrivati solo la mattina successiva. “Il Giorno” compreso. Non so se fu questo che piacque a “Francone”, che col suo vocione metteva una certa soggezione, o altro che vide in me nei successivi tre giorni. Fatto sta che mi propose di collaborare con il suo quotidiano, di occuparmi di tutto il tennis che lui non avrebbe potuto seguire, occupato a gestire quel popò di redazione.
“Grigo” andava agli Internazionali di Roma, a Parigi, a Wimbledon. E in Coppa Davis. Io seguivo il torneo indoor di Milano e dovevo aggiornare settimanalmente i lettori di quello che succedeva nell’ambiente della racchetta. Ebbi una rubrica tutta mia, al martedì: la chiamammo “A fil di rete” (fu meno originale ma venne prima della televisiva “A fil di rete” di Aldo Grasso sul Corriere).
“Grigo “fece anche disegnare una testatina per le mie colonne, che è quella riprodotta in questo blog.
Poi ci fu la necessità di coprire gli Slam dove “Il Giorno” non aveva inviati: Us Open e Australian Open. Andavo nella redazione di Piazza Cavour a Milano, nello storico Palazzo dei giornali, dopo le 18.00, quando finivo a Il Tennis Italiano. Raccoglievo i lanci d’agenzia, la sera e la notte stavo in piedi davanti alla tv.
Diventai Bruce Buckley da Melbourne; Vince Bascombe da New York, via Milano centro. Però con la sua esperienza e il mio vivere quotidianamente di pane e tennis riuscimmo a raccontare personaggi e tornei quasi come facevano gli altri quotidiani presenti sul posto (qualche volta meglio, diceva...).
Imparai a scrivere per tutti, non solo per gli impallinati. Come tanti giovani, da grande avrei voluto essere come Gianni Clerici. Un martedì, sentendomi molto sicuro di me, scrissi una rubrica piena di quelle che volevano essere invenzioni lessicali, sul gergo del tennis, come quelle di Clerici. La dettai ai dimafoni. Mezz’ora dopo nella cornetta del mio telefono tuonava la voce di “Grigo”: “Cos’è sto schifo? Chi la capisce ‘sta roba? Fai un altro pezzo così ed è l’ultima volta che scrivi sul “Giorno. Capito?”. Altroché.
Quand o con la fine del “Il Giorno”, un grande quotidiano distrutto negli anni dalla politica, finì con la pensione la carriera del Grigo, rimase l’amicizia. Gli anni passavano ma quando ci si vedeva, magari dalla storica trattoria Masuelli (perché noi giovani dovevamo capire che cosa voleva dire mangiare una buona trippa o una “cassoela”), era sempre lui che aveva sempre idee su quello che avrebbe potuto essere un modo nuovo, moderno di fare giornalismo. Noi giovani lì ad ascoltare.
In agosto quando tutti andavano in vacanza, lui era in redazione, a chiudere le pagine. Le sue ferie, solitarie, duravano una settimana, a fine settembre, nella sua casetta in Trentino. Pesca in val di Sole la mattina, Simenon letto e riletto appassionatamente al pomeriggio, buon vino e amici la sera.
Era schietto, deciso. Alzava spesso la voce, batteva il pugno sulla scrivania imprecando perché le cose gli piacevano fatte in un modo solo: bene. Si trattasse di un titolo, un sommario, l’attacco di un pezzo. Ti guardava dritto negli occhi e spesso non era per farti un complimento. Ti obbligava a crescere sempre, come giornalista e come uomo.
Sarebbe bello riuscire ad assomigliargli almeno un po’. E’ un buon obbiettivo, da portarsi dentro per sempre. Ciao Grigo, grazie. Ogni giorno, grazie.
di Enzo Anderloni Lo scorso 6 agosto è mancato, a 77 anni, Franco Grigoletti, un maestro per tanti giornalisti sportivi. Scriveva di basket e tennis ma non è solo per questo che non lo