Sara Errani e la racchetta potente

Sabato 4 Febbraio, 2012

Ero a Biella ieri, per la prima giornata della sfida di Fed Cup tra Italia e Ucraina. Dopo la robustissima prova di Sara Errani contro la numero uno avversaria, Kateryna Bondarenko, non ho resistito alla tentazione e gliel’ho chiesto, in piena conferenza stampa.

Ho chiesto a Sara di quella sua Babolat Pure Drive azzurra, nuova per lei ma vecchia come prodotto (ormai sostituita da una nuova versione), che utilizza senza alcun contratto di sponsorizzazione dal primo torneo del 2012 e cui, già in Australia, aveva attribuito meriti importanti nei suoi miglioramenti. Lei non si è tirata indietro, anzi.

 

“Questa racchetta mi sta aiutando in modo pazzesco – ha dichiarato - sia nel servizio che nel diritto, che sono colpi fondamentali. Mi dà sicurezza, mi dà più forza nei colpi. Prima facevo più fatica. L’ho provata per caso questo inverno, ce l’aveva una ragazza dell’Accademia spagnola dove mi alleno. E’ un centimetro più lunga di quella che usavo prima e anche questo mi permette di avere più spinta. Era un’idea di cui avevamo parlato, io e il mio allenatore, quella di provare ad adottare un telaio più lungo. Direi che funziona bene, ogni giorno sempre meglio”.

 

Curiosa vicenda per un’atleta di alto livello mondiale: nella gestione del suo attrezzo si è mossa esattamente come potrebbe fare qualunque tennista di club.

Interessante anche notare come intelligentemente sia andata a cercare da un nuovo attrezzo il fattore spinta, forza, potenza. Il controllo ce lo mette lei lavorando in allenamento. Spesso tra i colleghi maschi si va in un’altra direzione. Si sceglie la racchetta che controlla pensando di avere fin troppa potenza, strapotenza da vendere.

 

Io penso che abbia ragione Sara. E, prima ancora di lei, Ivan Ljubicic, un antesignano di questa tendenz a, campione che, quando ha raggiunto la terza posizione mondiale, non a caso usava la stessa racchetta che oggi usa la Errani e quando è passato al marchio Head ha lavorato con i tecnici austriaci alla realizzazione di un altro attrezzo altamente performante, la Extreme Pro.

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Novak vince, Rafa pareggia

Domenica 29 Gennaio, 2012

La finale più lunga nella storia del Grande Slam, 5 ore e 53 minuti, è stata una gran partita e anche un gran sofferenza. Novak Djokovc e Rafael Nadal si sono spinti ai limiti fisici della resistenza umana e infatti sono arrivati sotto lo striscione del traguardo praticamente morti.

Entrambi hanno espresso uno spettacolo straordinario di doti umane che alla fine ha avuto per forza di cose qualche limite tennistico.

Indimenticabile resterà quello smash affossato, addirittura alla base della rete, da uno stremato Djokovic su un punto che avrebbe potuto essere decisivo nel finale del match, fotografia di un fuoriclasse spinto dalla maratona atletica oltre i limiti della decenza tecnica.

 Dall’altra parte un Nadal capace di prodezze impressionanti con il diritto lungolinea, ma anche con il rovescio incrociato stretto, finiva negli ultimi game per affossare il rovescio in back, il colpo della sicurezza, quello che molte volte si gioca proprio per non correre rischi.

 Sarò sicuramente controcorrente, ma se questo è il massimo che si possa vedere oggi su un campo da tennis, e di sicuro lo è, da puro spettatore c’è un po’ di nostalgia per vicende tennistiche di vertice dove a prevalere era la tecnica, la tattica, la classe prima del sopravvenire della consunzione.

 Detto questo, e con ancora negli occhi il volto stravolto di macchie rosse del vincitore che solleva la Coppa e il gesto pietoso degli organizzatori che forniscono i due migliori atleti del mondo di due sedie mentre ascoltano i discorsi alla premiazione, perché non si reggono più in piedi, ovviamente tanto di cappello a entrambi.

 Chi vince ha sempre ragione e dunque Nole Djokovic si merita tutto. Non ha giocato il supertennis delle precedenti sfide con Nadal, anche per la crescita del gioco avversario che l’ha messo in difficoltà, eppure ha vinto lo stesso. E’ davvero il più forte. E va considerato che qualcosa doveva avere ancora nelle gambe delle 5 ore di semif inale contro Andy Murray.

 Rafa  ha mostrato tutti i miglioramenti fatti con il lavoro invernale: servizio più potente , preciso e variato che gli ha dato moltissimi punti. Schemi tattici ripetuti evidentemente mille volte proprio in funzione del gioco di Djokovic, per sfuggire al ritmo massacrante del serbo se affrontato faccia a faccia. Il rovescio incrociato in back a rallentare gli scambi, pronto a improvvise accelerazioni bimani incrociate strette o, se Djokovic affondava sul lato del diritto, proprio un terrificante “contro-diritto” lungolinea che ha portato tanti altri punti. In più tantissima forza, nelle gambe e nel braccio. Ancora più forza di prima, un’energia che Nadal va a prendere chissà dove.

 Per quello che si è visto ieri alla Rod Laver Arena Djokovic ha vinto, ma Rafa ha pareggiato. Nel senso che ha ridotto moltissimo il gap che lo separava dal n.1 del mondo, considerato che si giocava su un campo duro (plexipava/plexi cushion) e non sulla terra battuta.

 Alla fine, come in tanti match memorabili per l’incertezza, la tensione, l’alternarsi al comando del gioco dei due contendenti, c’è stato un punto chiave, un singolo “quindici” probabilmente decisivo. Lo ha regalato proprio Nadal , quando conduceva 4-2 al quinto set e aveva la partita in mano. 30-15 sul proprio servizio, si trovava a giocare un elementare (per lui) passante di rovescio su una palla inoffensiva con Djokovic inerme  e ormai rassegnato sotto rete. Lo tirava inspiegabilmente in corridoio. Invece di 40-15 e servizio, scivolava 30-30. E subiva il contro-break che raddrizzava un incontro che sembrava inclinato dalla sua parte.

Onore a lui, grande onore a Djokovic. A loro però vanno accomunati i due sconfitti in semifinale, Roger Federer e Andy Murray, con una personalissima nota di ringraziamento per Federer, che comunque alimenta il lato spettacolare del gioco più di chiunque altro. Non è lui a vincere, ma resta lui quello da imitare sul piano tecnico. Anche perché li vorrò proprio vedere i due formidabili guerrieri di ieri, a 30 anni. Giocheranno ancora?

A suffragare il mio, ripeto personalissimo, punto di vista, la candida ammissione del giovane ma formidabile  australiano Tomic, dopo la batosta con Federer negli ottavi: “E’ davvero impressionante , tu picchi fortissimo e la palla ti torna ancora più forte senza sforzo apparente. Uno spettacolo. Era bello persino per me guardare cosa era capace di fare”.

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La Top 10 degli spaccaracchette

Venerdì 20 Gennaio, 2012

All’indomani della prodezza di Marcos Baghdatis (che durante il match, perso, con lo svizzero Wawrinka a un cambio campo nel terzo set, ha spaccato quattro racchette in 24 secondi) la collega Suzi Petkovski, dell’ufficio stampa degli Australian Open, ha pubblicato addirittura una bellissima Top 10 degli spacca-racchette nell’Era Open.

Non posso esimermi dal darvene resoconto.

1) Baghdatis stesso - Il primo posto lo prende proprio Badghdatis con la bravata di ieri, con tanto di ovazione del pubblico a ogni nuova rottura di telaio. Due dei quattro il cipriota li ha spaccati per terra senza neanche toglierli dalla busta di nylon trasparente. Un vero signore.

2) Marat Safin - Oggi dice di essere il più bello degli eletti alla Duma russa. Di brutti gesti in campo ne ha fatti però davvero parecchi: vanta un record, per quanto non ufficiale, di 48 telai spaccati nel 1999.

3) Goran Ivanisevic - Il genialoide croato passa alla storia come l’unico giocatore squalificato durante un torneo per “mancanza di equipaggiamento”. In una partita del torneo di Brighton del 2000 spaccò tutte le racchette a metà del terzo set e l’avversario si rifiutò di prestargliene una.

4) John McEnroe – L’inventore dell’ “abuso di racchetta”. Proprio negli Open d’Australia del 1990, durante il match contro lo svedese Michael Pernfors, tirò la racchetta per terra e poi volle sostenere con l’arbitro che non doveva essere penalizzato in quanto si era solo incrinata, non rotta del tutto. Aveva già ricevuto un warning per “intimidazione di un giudice di linea”. Furono chiamati sul campo giudice arbitro e supervisor. McEnroe non riuscì a convincerli e lì insultò mentre se ne andavano. Venne immediatamente squalificato dal torneo, per la prima volta in carriera.

5) Novak Djokovic - Si ricorda una sua performance sul centrale di Wimbledon nel 2011, proprio contro Baghdatis, quando, a causa della superficie morbida, l’erba, gli servirono tre colpi ben assestati per riuscire a rompere la sua racchetta. Di solito gliene bastano solo due, come mostrato nella finale degli Us Open 2010 e in altri tornei

6) Andy Roddick - Basta vedere la rabbia scaricata sulla sua Babolat quando perse contro il nostro Flavio Cipolla al Masters 1000 di Madrid, per capire perché è un top 10 anche qui

7) Fernando Gonzalez - Ha sempre picchiato duro, mano de piedra”. Anche quando lo faceva con la racchetta sul pavimento. Roma e Indian Wells 2009, gli Australian Open 2010 sono lì a testimoniarlo.

8) Vera Zvonareva – Prima classificata in campo femminile, la russa conquista un posto privilegiato per la sua impresa a Charleston nel 2010, quando perse con Sam Stosur. Racchetta spaccata per terra, tirata verso la panchina e poi presa a calci

9) Roger Federer – Chi l’avrebbe mai detto. Da junior era un grande lanciato re di racchette. Da senior un suo telaio rotto è rarità in credibile. Eppure a Miami nel 2009, in semifinale contro Djokovic, il fattaccio avvenne…

10) Mikhail Youznhny – Il russo ha un record specialissimo. A Miami nel 2008, durante un match tiratissimo con Nico Almagro (erano 5-4 per lo spagnolo al terzo set) decise di provare a rompere la racchetta… sulla propria fronte. Il telaio resistette, non così la sua testa che prese a sanguinare e richiese una medicazione. Incredibilmente Youzhny vinse il match al tie-break

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Racchette o boomerang?

Giovedì 19 Gennaio, 2012

Marcos Baghdatis che spacca quattro telai, azzurri e sconosciuti, in 24 secondi; Rafa Nadal che dichiara soddisfatto che la sua racchetta adesso tira più forte pur essendo sempre la stessa; Sara Errani che attribuisce molto merito del suo ottimo rendimento al nuovo attrezzo che è una vecchia (modello 2011) Babolat Pure Drive; Juan Martin del Potro che si ostina a giocare con una Wilson Six One 95 dalla livrea stravecchia (2009): gli Australian Open, primo Slam stagionale, ci regalano sempre un sacco di racchette nuove e una serie infinita di curiosità e incongruenze.

Il 2012 è pieno di novità interessanti come quella che ieri noi del Team tecnico de Il Tennis Italiano siamo andati a provare sul campo: le Wilson Juice ( in particolare la 100, interessantissima, di cui è testimonial l'Azarenka), le nuove Head Prestige ( con l'inedito assoluto della Prestige S che, posso anticipare, apre a un pubblico molto più ampio il gusto inconfondibile di questa storica racchetta iper-agonistica), la nuova Babolat Pure Drive, molto bella esteticamente, molto simile a se stessa e comunque sempre molto performante per il grande pubblico.

Come interessanti erano state le novità testate in gennaio: la nuova Wilson Pro Staff di Federer con la "sorella" allargata dai 90 pollici quadrati di piatto corde ai 95; la nuova Dunlop 400 Tour, una Dunlop che finalmente spinge a dovere.

Ora il filmatino di Baghdatis 'spaccaracchette' record catalizza l'attenzione in negativo. Scaduto il contratto con Tecnifibre, il cipriota si è probabilmente trovato scoperto e improvvisare non è facile. Chi ha visto il telaio da vicino sostiene che questo personalissimo paintjob (azzurro cielo con i simboli ciprioti) sia stato applicato su un telaio che assomiglia tanto alla sua vecchia Fischer. Pare singolare però che una settimana gli vada bene per battere Del Potro e quella dopo diventi da buttare.

Richiesto a Babolat il segreto della nuova potenza di Nadal ci è stato risposto che la sua Aeropro Drive è stata modificata nell'inerzia. Lo swing weight è aumentato di 7 punti. Da tener presente che il dato base d'inerzia della racchetta incordata da noi rilevato è 316 punti. Dunque una modifica della distribuzione di peso e masse verso la testa rilevabile ma non particolarmente rilevante.

Curioso che Sara Errani riesca ad attirare, con la sua bellissima prestazione contro la Petrova, tanta attenzione sulla sua nuova racchetta (il suo passaggio da Wilson a Babolat era passato sotto traccia) per poi vedere che si tratta di una Pure Drive vecchio modello (a base azzurra e non nera come quella che abbiamo provato ieri e che Roddick ha in pugno dal 1° gennaio).

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Oh capitano, mio capitano..

Lunedì 15 Agosto, 2011

di Enzo Anderloni

 

Lo scorso 6 agosto è mancato, a 77 anni, Franco Grigoletti, un maestro per tanti giornalisti sportivi. Scriveva di basket e tennis ma non è solo per questo che non lo dimenticherò mai.

Gente competente in una materia sportiva ce n’è tanta. Anche in due. “Grigo”, come lo chiamavano quelli che avevano con lui famigliarità e confidenza, era ben altro.

 

Basta leggere le righe a lui dedicate il 7 agosto da Umberto Zappelloni, vicedirettore de La Gazzetta dello Sport, in una colonna a pag. 45 della rosea, tenendo presente che “Grigo” aveva diretto la redazione sportiva de “Il Giorno”, quotidiano concorrente, e con i colleghi della Gazzetta non era mai stato tenero.

 

“Amava lo sport e i giornali almeno quanto la moglie Franca e i suoi cinque nipotini. Allo sport aveva dedicatola sua vita professionale creando una redazione sportiva che aveva pochi paragoni in Italia per come sapeva raccontare le storie, i personaggi, le gare o le partite. Anticonformista e mai al servizio dei padroni dello sport. Lui stesso era un maestro quando scriveva di basket o di tennis.”

Aveva curiosità, gusto del racconto e della polemica e soprattutto sapeva insegnare il mestiere ai giovani come pochi altri. Uno dei suoi grandi meriti è quello di aver riempito di allievi le redazioni sportive dei principali giornali italiani”.

 

Queste poche ma precise e sentite parole di Zappelloni, il riconoscimento a una persona tanto alta (fisicamente e moralmente) quanto schiva, fuori dai giochi e dalle ipocrisie di comodo dell’ambiente giornalistico, mi hanno riconciliato con un mondo che mi sembra sempre più cinico e opportunista e mi hanno fatto venire le lacrime agli occhi.

 

Posso dire con orgoglio di essere stato uno di quegli allievi, non certo dei più titolati. Daniele Dallera e Domenico Calcagno, per esempio, redattori nel periodo in cui collaboravo con quel “Giorno”, oggi sono al Corriere della Sera.

 

Ma non dimenticherò mai la mia prima trasferta di Coppa Davis, giovane redattore del “Il Tennis Italiano”, a Malmoe, per Svezia –Italia, primo turno del World Group nel 1989. Dovevo sostituire anche il fotografo, Ettore Ferreri, ammalato.

 

“Grigo”, allora capo della redazione sportiva de “Il Giorno”, faceva anche l’inviato sul tennis, dopo che Gianni Clerici era passato a “la Repubblica”. Perché quella sua redazione aveva avuto i Clerici, come i Gianni Brera e i Mario Fossati, giganti della scrittura sportiva. E aveva ancora Gian Maria Gazzaniga, Giorgio Raineri, Claudio Pea, Giulio Signori e tanti altre grandi firme.

 

Ci conoscemmo in sala stampa, lui scafatissimo, io neofita preoccupato di tutto. Forse mi notò proprio quel primo giorno, vigilia del match, quando venni a sapere per primo, assistendo, solitario spettatore a bordo campo di un allenamento mattutino, che capitan Panatta non avrebbe fatto giocare l’allora n.1 Paolino Canè, preferendogli un esordiente assoluto: Omar Camporese.

 

Era un giovedì mattina e io, inviato di un mensile, di quella notizia non avrei potuto approfittare. Internet non esisteva. I pezzi per i quotidiani si battevano a macchina e si dettavano alle sette di sera, per telefono. Decisi di regalare la notizia a chi poteva darla per primo: Emanuele Dotto, inviato di Radio Rai e storica voce di “Tutto il calcio minuto per minuto” che la scrisse a mano, come faceva sempre, e la diede a tutta Italia con il notiziario di mezzogiorno. I quotidiani sarebbero arrivati solo la mattina successiva. “Il Giorno” compreso. Non so se fu questo che piacque a “Francone”, che col suo vocione metteva una certa soggezione, o altro che vide in me nei successivi tre giorni. Fatto sta che mi propose di collaborare con il suo quotidiano, di occuparmi di tutto il tennis che lui non avrebbe potuto seguire, occupato a gestire quel popò di redazione.

 

“Grigo” andava agli Internazionali di Roma, a Parigi, a Wimbledon. E in Coppa Davis. Io seguivo il torneo indoor di Milano e dovevo aggiornare settimanalmente i lettori di quello che succedeva nell’ambiente della racchetta. Ebbi una rubrica tutta mia, al martedì: la chiamammo “A fil di rete” (fu meno originale ma venne prima della televisiva “A fil di rete” di Aldo Grasso sul Corriere).

“Grigo “fece anche disegnare una testatina per le mie colonne, che è quella riprodotta in questo blog.

 

 

Poi ci fu la necessità di coprire gli Slam dove “Il Giorno” non aveva inviati: Us Open e Australian Open. Andavo nella redazione di Piazza Cavour a Milano, nello storico Palazzo dei giornali, dopo le 18.00, quando finivo a Il Tennis Italiano. Raccoglievo i lanci d’agenzia, la sera e la notte stavo in piedi davanti alla tv.

Diventai Bruce Buckley da Melbourne; Vince Bascombe da New York, via Milano centro. Però con la sua esperienza e il mio vivere quotidianamente di pane e tennis riuscimmo a raccontare personaggi e tornei quasi come facevano gli altri quotidiani presenti sul posto (qualche volta meglio, diceva...).

 

Imparai a scrivere per tutti, non solo per gli impallinati. Come tanti giovani, da grande avrei voluto essere come Gianni Clerici. Un martedì, sentendomi molto sicuro di me, scrissi una rubrica piena di quelle che volevano essere invenzioni lessicali, sul gergo del tennis, come quelle di Clerici. La dettai ai dimafoni. Mezz’ora dopo nella cornetta del mio telefono tuonava la voce di “Grigo”: “Cos’è sto schifo? Chi la capisce ‘sta roba? Fai un altro pezzo così ed è l’ultima volta che scrivi sul “Giorno. Capito?”. Altroché.

 

Quand o con la fine del “Il Giorno”, un grande quotidiano distrutto negli anni dalla politica, finì con la pensione la carriera del Grigo, rimase l’amicizia. Gli anni passavano ma quando ci si vedeva, magari dalla storica trattoria Masuelli (perché noi giovani dovevamo capire che cosa voleva dire mangiare una buona trippa o una “cassoela”), era sempre lui che aveva sempre idee su quello che avrebbe potuto essere un modo nuovo, moderno di fare giornalismo. Noi giovani lì ad ascoltare.

 

In agosto quando tutti andavano in vacanza, lui era in redazione, a chiudere le pagine. Le sue ferie, solitarie, duravano una settimana, a fine settembre, nella sua casetta in Trentino. Pesca in val di Sole la mattina, Simenon letto e riletto appassionatamente al pomeriggio, buon vino e amici la sera.

 

Era schietto, deciso. Alzava spesso la voce, batteva il pugno sulla scrivania imprecando perché le cose gli piacevano fatte in un modo solo: bene. Si trattasse di un titolo, un sommario, l’attacco di un pezzo. Ti guardava dritto negli occhi e spesso non era per farti un complimento. Ti obbligava a crescere sempre, come giornalista e come uomo.

 

Sarebbe bello riuscire ad assomigliargli almeno un po’. E’ un buon obbiettivo, da portarsi dentro per sempre. Ciao Grigo, grazie. Ogni giorno, grazie.

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Racchetta decagonale: come e perché

Sabato 5 Marzo, 2011

La scorsa settimana si è parlato della strana racchetta con il piatto decagonale utilizzata da Ivan Lendl nella recente sfida-esibizione contro McEnroe a New York. Più di un lettore attento e competente ha ricordato che questo telaio è utilizzato anche da Radek Stepanek, grande veterano del circuito, uno dei pochi tennisti capaci ancora di esprimere un tennis vario un po' su tutte le superfici. Centratissimo l'intervento di Alessandro Bourlot che ha fatto notare che anche Martina Navratilova nelle sue ultime uscite aveva una racchetta simile. E allora di che cosa si tratta? Di un attrezzo per cecoslovacchi o ex cecoslovacchi?

Scherzi a parte, il motivo della scelta di questi atleti (o ex) si trova nella logica stessa con cui vengono prodotte queste racchette, la filosofia tutta particolare dalla Bosworth, in America. E' Jay Bosworth, figlio di Warren (disegnatore del telaio decagonale ed ex incordatore e customizzatore di racchette per Ivan Lendl) che porta avanti un progetto davvero intrigante.

Produce un solo modello di racchetta, la Tennis Tour 96, proponendolo in nove colorazioni diverse e customizzandol gli esemplari uno per uno in funzione delle caratteristiche tecniche e antropomorfiche del singolo cliente. Lo slogan è chiaro: "Costruiamo giocatori migliori, una racchetta per volta".

L'idea che Jay ha mutuato dal padre è che ogni tennista riesca ad esprimersi al meglio se la racchetta che utilizza è costruita sulle sue caratteristiche e sulle sue esigenze come un abito sartoriale. Dalla dimensione e forma dell'impugnatura, a peso, bilanciamento e tutto il resto, scelta della corda e della tensione compresa. Eccoci dunque alla motivazione per cui questi giocatori hanno probabilmente scelto Bosworth: non essendo più legati a particolari contratti, considerando valide le prestazioni di partenza della Tennis Tour 96, trovano da Bosworth la possibilità di ordinare e ricevere racchette fatte su misura, esattamente come accade per gli altri giocatori contrattisti dei marchi principali. Il fatto curioso è che lo stesso trattamento è alla portata di ciascuno di noi, disponibile a spendere 399,95 dollari a racchetta. E disposto a giocare con un ovale... decagonale.

Un'ultima notazione sulla quale tornerò a soffermarmi in questo blog. Anche Bosworth, come molti puristi della racchetta, sostiene che il tennista dovrebbe giocare con la racchetta più pesante che riesce a maneggiare e con l'impugnatura più grande che riesce a gestire. Una filosofia contraria a quella che esprimono i produttori di tutto il mondo, che procedono (spinti dal marketing) verso un progressivo alleggerimento dei telai e riduzione dei manici.

Sono stato per tanti anni convinto anch'io che i puristi avessero ragione, osservando soprattutto la persistenza nell'utilizzo ad alto livello di telai storici come la Wilson Pro Staff e, ancora prima, la Dunlop Max200 G (rigorosamente scelta dai vari Graf, Camporese, Pozzi ecc.ecc. di peso LM, Light Medium). Oggi, dopo 25 anni di test sul campo non ne sono più così sicuro. Anzi credo che certi telai iperleggeri delle ultimissime generazioni abbiano la capacità di offrire le prestazioni dei "pesanti", risparmiando muscoli, tendini, articolazioni e tutto il resto. Ne sto utilizzando uno io stesso, proprio per sperimentare. Ve ne racconterò.

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Lendl maniaco della racchetta

Mercoledì 2 Marzo, 2011

Dalla bellissima gallery fotografica che pubblichiamo oggi, relativa alla doppia sfida esibizione del Madison Square Garden (McEnroe -Lendl e Agassi-Sampras) emergono due elementi di fondo. La prima di ordine estetico: condizione fisica e invecchiamento a parte, i quattro ex-fenomeni erano abbigliati in modo inguardabile. Peggio di noi soci del club al torneino del lunedì sera. Eppure il Madison era pieno. Urge considerazione sull'abbigliamento del tennista praticante. Ormai sono più eleganti quelli che vanno a correre al parco.

lendl 1.jpg

La seconda di ordine tecnico: Ivan lendl è veramente un maniaco della racchetta, un amante del dettaglio e dell'attrezzo particolare. Non si spiega che così la scelta dell'obsoleta racchetta decagonale appartenente alla bizzarra collezione del suo storico (e compianto) incordatore Warren Bosworth, che altro non è che una customizzazione "by Bosworth" di un telaio della Fox, marchio portato al successo, ai tempi, da Brad Gilbert. Che Ivan sia ancora un mito, almeno dalla sue parti, è dimostrato dall'unico atleta in attività che usa tale curioso (per quanto valido) attrezzo. Di chi sto parlando? Non è difficile. Lascio il compito di dare la risposta (e dunque l'informazione) a voi.

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Bentornato Delpo, ci sei mancato

Martedì 1 Marzo, 2011

Se è ritornato lui, all'appuntamento con la vittoria, non posso più esimermi io dall'appuntamento con i lettori di tennisitaliano.it.

Dunque rieccomi, puntuale con l'acuto di Juan Martin Del Potro che fa risuonare nuovamente con esito vincente le sue formidabili mazzate a Delray Beach. Avevo interrotto da mesi il flusso del blog, per motivi che andrete scoprendo nel corso del tempo, ma ogni tanto sentivo al telefono l'amico Ugo Colombini, coraggioso manager di Delpo, con l'ufficio a Milano, zona Porta Vittoria.

Era stato un caso, Ugo, unico manager non legato a grandi compagnie a gestire un giovane vincitore di Slam. Dopo gli UsOpen 2009 ne aveva parlato la stampa americana. E la sua non doveva essere una partita facile con le mille sirene che potevano attorniare il nuovo astro argentino. Battersi con IMG, Octagon o simili. La notorietà e i successi del suo pupillo lo avevano portato al centro del palcoscenico.

L'infortunio, l'operazione e un'intera annata di Juan Martin cancellata dal calendario del circuito, hanno rimesso le cose nel tranquillo binario di un tempo, quello in cui nessuno si occupava di Juan Martin e Ugo. Ora tornano in pista e ci sarà di nuovo da ballare, ma è il bello del successo.

Poco da divertirsi potrebbero avere anche i primi della classe (Nadal, Federer & co.) se il crescendo di condizione del quasi due metri di Tandil sarà quello che ci si aspetta. In fondo la sua assenza nel 2010 è stata una manna per tutti gli altri grandi, Rafa  Nadal in testa. Delpo aveva dimostrato infatti di avere le armi per prenderlo letteralmente a pallate sui campi duri. Il discorso avrebbe potuto allargarsi anche al "rosso", con il naturale progresso di un giocatore che deve ancora compiere 23 anni.

Mi è rimasto impresso il rumore generato dal piatto corde all'impatto con la palla nei suoi fondamentali da fondocampo, un pomeriggio d'autunno all'Harbour Club di Milano. Entrando a occhi chiusi nella struttura coperta dove JM si allenava con Franco Davin, si sarebbe potuto pensare a una serie di prime palle di servizio in ritmica succesione. Erano diritti e rovesci.

Bentornato Delpo. Ti aspettiamo di nuovo al circolo per farci sognare un po'. Noi terrestri, malati di racchetta, che ci sfidiamo nel torneino del lunedì sera, vorremmo tanto far cantare la racchetta come fai tu. Invece spesso la nostra palla si addormenta in volo, stufa del suo noiosissimo tran tran. Ieri un quindici tra il Tattico e il Luca è durato sei minuti d'orologio...

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Metodo spagnolo: chi è d’accordo e chi no

Giovedì 4 Novembre, 2010

Sullo scorso numero di settembre della nostra rivista (n.1007) il maestro Gianluca Carbone ha scritto un articolo molto tecnico e dettagliato che spiega la filosofia dell'insegnamento di Luis Bruguera, padre di Sergi, due volte vincitore al Roland Garros negli Anni Novanta.
Un pensiero tecnico ispirato a alla costruzione di un solido tennista non solo sul piano tencico ma anche dal punto di vista mentale. Un sistema che si basa su infinite ripetizioni di colpi, sulla messa a punto di un bagaglio tecnico essenziale ma molto performante, adatto a imporre schemi di gioco semplici ma redditizi.
Il sistema che Luis Bruguera ha illustrato in un recente stage in Italia è alla base dell'approccio spagnolo al tennis. E la Spagna è di gran lunga la nazione più e meglio rappresentata nella top 100 mondiale maschile. Nadal a parte dimostra di portare ai vertici del nostro sport sempre nuovi atleti. Molti di loro ci sembrano in grado di esprimere solo un tennis monocorde, ne apprezziamo più la preparazione fisica che la tecnica ma riempiono le bacheche di trofei mentre noi stiamo a guardare.
Bruguera stesso spiega che il suo sistema è pensato per dare chances anche al giocatore qualunque, quello normalmente dotato da un punto di vista del talento naturale. Con l'applicazione e le motivazioni sono così molti i tennisti in grado di emergere a un certo livello.  
La proposta e la provocazione sono interessanti: il nostro strillo in copertina era "Così chiunque può diventare Top 50". Continueremo ad approfondire queste tematiche. Nel frattempo al pezzo di Gianluca Carbone ha risposto Carlo Rossi, preparatore fisico e docente di scienze motorie, tra i fondatori di R.I.T.A, associazione che da anni lavora nella ricerca applicata alle metodologie di insegnamento del tennis. Lui non è d'accordo con Bruguera e lo argomenta. Ne proponiamo le osservazioni qui di seguito, accompagnate dalla replica di Gianluca Carbone.
Siamo di solito contrari a testi di una certa lunghezza da affrontare on line, ma per una discussione di questo spessore non abbiamo trovato alternative. Chi è interessato all'argomento dovrà armarsi di pazienza ma riteniamo ne valga la pena.


Carlo Rossi: non sono d’accordo con Bruguera

Carissimo Direttore
Ho letto con molto interesse l’articolo pubblicato sulla sua rivista nel numero di agosto dal titolo “da Bruguera a Nadal così fan todos“ e richiamato in copertina dallo strillo “svelato il segreto della scuola spagnola COSI’ CHIUNQUE PUO’ DIVENTARE TOP 50“
Premetto che stimo Lei e la sua rivista per la quale più volte ho scritto e stimo molto anche l’autore dell’articolo Gianluca Carbone, che conosco personalmente e che reputo essere tra le persone più qualificate e più preparate a parlare di didattica e metodologia dell’insegnamento del nostro paese, però, nello strillo e nell’articolo sono contenute affermazioni un po’ forti e se posso soprassedere  per la prima pagina, i titolisti come tutti sappiamo spesso esagerano, non posso invece condividere alcuni passaggi e molte affermazioni contenute nell’articolo. 
Andiamo con ordine, nella presentazione si torna a far riferimento a giocatori di medio livello che con il metodo Bruguera sono destinati ad entrare nei primi 50 del mondo e poi si citano Ferrero, Moya, Nadal cioè tre numeri UNO che forse, o mi sbaglio, con lo strillo di apertura non centrano niente. 
Nei due decenni di riferimento le vittorie e le finali raggiunte da portacolori spagnoli nel circuito ATP sono m olte di pi&u grave ; di quelle riportate nell’articolo. Ma sono al 95% merito di giocatori che sono stati o numeri uno del mondo, oppure due, tre, sei, sette tutti top ten .
Dei 119 tornei e delle 94 finali raggiunte negli ultimi 10 anni dai portacolori spagnoli, i tre giocatori citati in precedenza raccolgono quasi il 60% dei risultati se a questi 3 aggiungiamo i risultati di Correja, Costa, Ferrer e di Verdasco tutti top ten si arriva intorno all’80% . Nel computo non ho volutamente inserito né Almagro, né Montanes.
I giocatori da me menzionati non dovrebbero appartenere alla specie a cui fa riferimento l’articolo e quindi stiamo parlando di 51 tra finali e vittorie in 10 anni di attività tra tutti gli altri giocatori spagnoli, una media di 5.1 finali-vittorie all’anno. Mi sembra un bottino considerevole ma che è stato raggiunto da tantissimi altri Paesi con strategie di allenamento simili o diverse da quelle menzionate come miracolose .
 

Veniamo ora alla filosofia  dell’impianto metodologico di Papà Bruguera “un tennista di capacità medie non potrà imparare in modo sufficiente tantissimi colpi del tennis o meglio non potrà risolvere tante situazioni di discreta difficoltà
Devo dire che ho avuto qualche difficoltà a comprendere cosa si volesse intendere per tennista con capacità medie? Un tennista con poco talento tennistico, che sente poco i colpi? Un manovale della racchetta? Uno che sa fare poche cose? Con poco fisico? Che capisce poco il gioco? Tutte queste cose insieme? Non ho capito, anche perché il concetto di talento nello sport moderno e quindi una sua eventuale classificazione in categorie si è molto evoluto ed è molto cambiato  nello sport professionistico.
Ma torniamo alle affermazioni di Brughera, un tennista di capacità medie impara sicuramente in modo sufficiente molti colpi e risolve molti problemi di campo in maniera non eccelsa, ma comunque aggiungo io, possiede gli strumenti per affrontare diverse situazioni. Quello che non mi è chiaro è come faccia questo giocatore mediocre a costruire un diritto da 10 e lode (mi sembra questo il riferimento) e un rovescio da 10 e risolvere con questi due colpi tutti i problemi che non lui ma i suoi  avversari gli porranno.
Se servi e rispondi in maniera insufficiente nel tennis maschile di oggi anche se hai diritto e rovescio eccellenti non entri nei primi 500 del mondo se invece possiedi a livello assoluto, servizio e risposta da 8, diritto che vale 8 e con un grande lavoro diventa 1 , rovescio che vale 7 e con un grande lavoro diventa 9 puoi ottenere di entrare nei primi 50 del mondo, ma di base eri un buon giocatore e non un giocatore qualsiasi.
“Vince chi sbaglia meno “
Non è affatto vero, recentemente abbiamo svolto una ricerca su questo argomento ed è emerso che il numero dei vincenti e dei procurati a Wimbledon  fra i maschi e in media  80% dei punti giocati .
Agli AUS Open e agli US Open il 67% e al Roland Garros udite udite, il 71 %. Ciò dimostra che il diritto o il rovescio profondi sul rovescio dell’avversario non sono sufficienti a mettere in difficoltà i giocatori moderni; anche perché se il tennista  in grado di sviluppare un unico schema e modello di gioco o si confronta con giocatori che hanno le sue  stesse caratteristiche (limitatezza tecnica –strategica e tattica) o dopo poco l’ avversario cambierà sicuramente il modulo  strategico e a quel punto il suo diritto profondo va a farsi benedire .

Le più comp rovate basi scientifiche della letteratura mondiale sull’apprendimento motorio, se vengono applicate al tennis, finiscono per cercare di risolvere problemi del  momento e possono essere efficaci sul breve periodo ma non tengono presente gli obbiettivi a lungo termine, creando involontariamente delle carenze nella costruzione del giocatore di vertice.
Questa affermazione riportata nell’articolo in grassetto è la più sorprendente perché è in evidente contraddizione con quello che è accaduto ed accade nella realtà. Come tutti sanno uno dei problemi più grandi del tennis italiano e non solo è la specializzazione precoce. Non c’è ricercatore al mondo che negli ultimi vent’anni abbia sostenuto la tesi contraria. Nel tennis Italiano questo è stato tradotto e purtroppo lo è ancora con miliardi di diritti e rovesci giocati alti e profondi spesso sul rovescio dell’avversario. Questo modello ha portato a vincere molte coppe Lambertenghi (campionato italiano under 12) e anche qualche competizione internazionale individuale e per nazioni sino a livello under 14 , ma purtroppo per loro, questi tennisti che in tenera età avevano raggiunto i vertici delle classifiche nazionali ed internazionali, non sono mai riusciti a diventare dei discreti professionisti (solo Starace negli ultimi quattro lustri è entrato nei primi 50 del mondo) e spessissimo non hanno nemmeno raggiunto i vertici della seconda categoria nazionale. Quindi l’efficacia nel breve periodo, come hanno dimostrato tutti i più importanti studiosi di apprendimento motorio al mondo e come dimostrano le carriere dei fenomeni under 12-14, è del modello Bruguera e non il contrario.
Vorrei precisare ed è abbastanza intuitivo, che chi da piccolo segue il percorso a 360° (quello che l’autore dell’articolo definisce come modello francese-italiano ) è difficile che possa essere competitivo in tenera età perché avendo come obbiettivo finale quello di costruire molti piani strategico-tattici questi non potranno che essere incompleti e insufficienti in una prima fase, cioè  il contrario di quello che viene affermato .

Oggigiorno molti studi scientifici e di campo, fra i quali quello di un mio collega all’università degli studi di Milano Prof Invernizzi, evidenziano come il modello ecologico-euristico sia da preferire a quello prescrittivo, nelle prime fasi di formazione ed apprendimento anche in discipline closed skills , e cicliche come il nuoto .
Per completare la disamina vorrei sottolineare che quanto è stato scritto nell’articolo, per attribuire quattro quarti di nobiltà al modello di insegnamento di Bruguera sono di fatto vere e proprie speculazioni , cortocircuiti che non hanno nessun riscontro scientifico rigoroso .
Ad esempio prendendo per veritiera l’affermazione che alcune qualità potrebbero migliorare solo del 20% su base genetica ( ciò è in parte vero in ambiti strettamente biologici molto studiati come quello fisiologico, lo è molto meno in altri come la capacità di anticipazione, la propriocettività, l’anticipazione complessa, che coinvolgono altri sistemi funzionali ancora poco conosciuti , ma molto importanti nelle discipline di situazione ) quale sarebbe la soluzioni ? Migliorare il diritto ed il rovescio del 20% e quindi un paio di schemi di gioco o migliorare della stessa percentuale tutti i fondamentali per accrescere molti modelli strategico tattici della stessa percentuale ?

Circa gli aspetti relativi ad autostima ed ansia, Brughera sostiene che cercare diversi modi per risolvere più problemi produce ansie insicurezze e confusione. Questa opinione, rispettabilissima, non ha nessun riscontro in bibliografia internazionale. Conosco mol ti atleti, naziona li ed olimpionici di discipline closed skills, come marciatori , centometristi, saltatori, lanciatori ed altri che pur avendo pochissimi problemi strategico-tattico-tecnici vivono momenti di grande autostima e altri dove non si ritrovano più e giornalmente al riscontro del cronometro o della misura vivono situazioni ansiogene. Chi ha stabilito che siamo tutti uguali? Chi è in grado di sosten ere, se non come opinione personale, che una persona è meno confusa e meno ansiogena se è in grado di risolvere molto bene pochi quesiti, piuttosto che in maniera sufficiente tante difficoltà? Chi ha stabilito che mediocre sul piano tecnico voglia dire anche mediocre su quello emozionale, cognitivo, comportamentale strategico, tattico?
Infine si fa riferimento al modello francese-italiano come metodo in grado di portare ai vertici della classifica internazionale solo giocatori di enorme talento. Non mi sembra che ciò corrisponda a quanto è successo e succede e per tagliare la testa al toro citerò GILLES SIMON, giocatore che sino alla scorsa stagione era stabilmente nei top ten che possiede un fisico qualsiasi e dei colpi di buona fattura ma non eccelsi ma che è in grado di risolvere molte situazioni su tutte le superfici contro qualsiasi stile di gioco.

Ci sarebbero ancora  molte altre cose da criticare  ma non voglio abusare della sua pazienza.
Come viene sostenuto da molti studiosi , ricercatori, allenatori, che studiano gli sport di situazione come il tennis e come le più recenti ricerche confermano, per non avere plateau di sviluppo, abbandoni in giovane età, bornout in giovani agonisti, e per costruire delle solide basi motorie, coordinative e tecniche in grado di aprire l’eventuale strada dello sport professionistico, nella scuola tennis sino ai 16-18 anni non c’è altra via che quella del percorso per mappe elastiche, con esercitazioni randomizzate, che persegue il modello Bernsteiniano del “ ripetere senza ripetere” (ripetere la soluzione prima strategica e poi tattica senza cercare a tutti i costi di ripetere il gesto). Questo metodo funziona ed ha funzionato nel passato e lo dimostrano i successi della scuola francese che oltre tutto in questi venti anni ha avuto grandi successi anche in ambito femminile. Questo modello viene utilizzato nel tennis da tantissimi paesi, Spagna compresa . Se eventualmente da over 16 o  over 18 si volesse decidere di perseguire il modello metodologico proposto da Brughera e presentato da Gianluca Carbone sulla sua rivista , non si potrebbe prescindere da alcuni prerequisiti:
- Servizio e risposta al servizio da primi 200 del mondo
- Qualità fisiche come resistenza specifica, forza esplosiva, forza veloce, forza massima , elasticità ecc da super atleta
- Disponibilità al lavoro in campo e fuori dal campo al di sopra della media
- Qualità  temperamentali  eccelse
Come è facile intuire tutte caratteristiche che un giocatore qualsiasi  potrebbe anche non avere.
Per concludere :sono pochissimi i giocatori spagnoli con qualità come quelle ravvisate nell’articolo, che negli ultimi 20 anni hanno varcato la soglia dei primi 50 giocatori al mondo e non è detto che abbiano utilizzato nel loro percorso formativo il metodo Brughera
Risultati analoghi se non migliori sono stati ottenuti con un percorso metodologico e didattico riconosciuto valido dalla comunità scientifica internazionale e in chiaro contrasto a quello proposto da Brughera.
Il successo del tennis Spagnolo è frutto di tante circostanze positive fra le quali il modello di inseg namento p roposto da Bruguera non è al primo posto .


Carlo Rossi

La risposta di Gianluca Carbone

Carissimo Direttore,
ho studiato attentamente la lettera inviata dal collega ,il Prof. Carlo Rossi e devo dire che sono onorato dall’aver ricevuto dei complimenti da un professionista del Suo spessore.
Si evince chiaramente dai suoi commenti la linea diversa di vedute su molti punti inerenti il metodo d’allenamento spagnolo e le relative valenze scientifiche da me dedotte.
“Nessuna verita’ puo’ essere veramente capita e predicata con ar dore se prima non sia stata masticata dai denti della disputa”.Lo scrive Pietro Cantore (filosofo e teologo)nel XII secolo,indicando con una metafora che allude al “nutrimento” culturale l’esperienza piu’ matura e vitale delle universita’ medievali:la disputatio in utramque partem(dibattito secondo pro e contro). Parto sempre dal presupposto quindi, come la filosofia ci insegna, che la ricerca della verità si può raggiungere solo in seguito ad un processo dialettico e quindi, l’antitesi di Carlo Rossi non può che stimolare il dibattito e magari trovare delle soluzioni più adeguate ai nostri problemi di insegnamento.

Vorrei precisare che il metodo spagnolo funziona perché è una soluzione semplice, che può andar bene in tanti casi e soprattutto è facile da applicare per allenatori di vari livelli su giocatori non catalogabili come talenti. Considerando le situazioni più comuni di allenamento secondo canoni di struttura, budget economico a disposizione e livello di partners di allenamento, il metodo spagnolo offre una facile realizzazione ed un buon rapporto quantitativo-qualitativo del carico. Quindi non una soluzione per tutti ma una strada per molti.
Se si avesse la possibilità di poter analizzare e allenare individualmente ogni allievo, forse si potrebbero aggiungere metodi più personalizzati, soprattutto in funzione di stimoli dell’allievo con strategie differenti, per dargli altre soluzioni e per motivarlo in modo estrinseco.
Carlo Rossi ha sottolineato, se ho interpretato bene, un aspetto importantissimo e cioè che allenamenti stereotipati hanno bisogno di grandi motivazioni intrinseche, quindi possono provocare l’abbandono. Io penso che specialmente chi possiede quel tipo di motivazioni può scalare le vette. Chi gode di motivazioni che vengono dall’esterno ha bisogno sempre di nuovi stimoli e nel tennis, date le mille difficoltà che si incontrano, non sempre è facile ricreare una situazione del genere.

A proposito delle statistiche, gli spagnoli hanno vinto talmente tanto negli ultimi venti anni, che non hanno confronti. Poi, che siano stati top ten o top 50, sono comunque spagnoli e appartenenti al tennis moderno degli ultimi 20 anni.
Lo schema Bruguera ,per questioni geometriche e biomeccaniche, riduce nell’avversario il numero di soluzioni tattiche. Obiettivamente dall’angolo di rovescio, con una palla alta in top-spin non è facile venir fuori dallo scambio. Persino il re del tennis Rogere Federer soffre la massima espressione di questo schema praticato eccellentemente da Nadal.
Per esempio, Pato Alvarez dice che un gran numero di spagnoli ,come Moya, Ferrero, Ferrer battono il kick da sinistra sul rovescio dell’avversario e prima che l’altro risponda sono già nel proprio angolo di rovescio pronti a giocare lo sventaglio di diritto. Sanno già che il loro avversario 9 s u 10 su un kick che rimbalza fuori dal campo potrà giocare solo incrociato e mettendoci anche una certa abilità. Lo schema spagnolo evita di farsi attaccare, costringe a soluzioni prevedibili e obbliga l’altro a rischiare molto. Quindi “cambiare modulo strategico”, è possibile ma se si è dei fuoriclasse o in particolare giornata di grazia.
Situazione Italiana. Sino ai 12 anni è simile a quella spagnola. Gli italiani che in tenera età raggiungono buoni risultati perché allenati alla specializzazione precoce non sono da confondere con il modello spagnolo .Io penso che questo stereotipo di italiano che ha vinto da giovane è un regolarista e non un “difensore aggressivo”come lo definisce Bruguera. Il modello spagnolo non mira a tenere solo la palla in campo anche se il motto è vince chi sbaglia meno, ma a non sbagliare giocando in top-spin più forte possibile, per quanto le pr oprie capacita’lo permettano.

Il fulcro dell’articolo è il grafico del Prof. De Bono. L’ansia è un problema molto complesso e diverso da caso a caso. Ci sono teorie contrastanti, ma sono del parere che i processi di verticalizzazione possano contribuire positivamente alla riduzione di quella sacca d’ansia che si crea nell’approccio del pensiero laterale. Diverse teorie neurologiche, psichiatriche e psicoterapeutiche sostengono che pensare a pochi elementi in successione è meno destabilizzante che pensare a tanti contemporaneamente.
Concludo dicendo che non dobbiamo mai dimenticare che “Siamo nani sulle spalle di GIGANTI” pensiamo di vedere più lontano per nostre qualità intrinseche, ma in realtà ci riusciamo solo perché prima di noi grandi geni della scienza ci hanno sollevato da una condizione di palese ignoranza. Cerchiamo quindi di avere un atteggiamento APERTO E DI CONFRONTO pur portando avanti le nostre idee.


Gianluca Carbone

 

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Buone notizie dal Capitano

Mercoledì 3 Marzo, 2010

Nell’editoriale de Il Tennis Italiano di marzo, da qualche giorno in edicola, avevo auspicato che alla richiesta di Andreas Seppi di non essere convocato in Coppa Davis per tutto il 2010 e alla successiva convocazione del n.1 d’Italia per il match contro la Bielorussia (che comincia venerdì) da parte del Capitano Barazzutti non seguisse la controproducente pantomima già vista con il “Caso-Bolelli”. Una storia di polemiche, squalifiche e ripensamenti che non ha giovato né al clima della nostra Nazionale, né alle prestazioni agonistiche del nostro giocatore nel circuito.

Avevo dovuto scrivere il pezzo martedì 23 febbraio, appena avuta la notizia della convocazione di Seppi insieme a Bolelli, Fognini e Starace. Poche ore dopo, la rivista è andata in stampa.

A una settimana distanza mi fa piacere poter dire che quel desiderio è stato esaudito. La pantomima non si ripeterà. Il merito va proprio ai due maggiori protagonisti della vicenda, Andreas Seppi e Corrado Barazzutti.

Andreas, che speriamo di rivedere un giorno in azzurro, fortissimo e motivatissimo, ha valutato che il rifiuto di una convocazione (e le relative, immaginabili sanzioni) poteva di rimbalzo creare disagi e difficoltà al circolo in cui è cresciuto e dove si allena con Massimo Sartori, quello di Caldaro. Contro quelle che riteneva le scelte migliori per sé e per la sua stagione sul circuito ‘pro’, ha deciso di dire sì e si è presentato regolarmente a Castellaneta Marina dove si giocherà Italia–Bielorussia (ma perché si finisce per dover andare sempre lì?).

Seppi ha subito incontrato Corrado Barazzutti. I due si sono parlati e si sono evidentemente capiti se il Capitano ha ritenuto di esonerare il n. 46 del mondo dall’impegno, dichiarandolo “non idoneo”. “Nell’ultimo periodo sentivo troppa responsabilità e facevo molta fatica a esprimermi al meglio” era stata la motivazione con cui Seppi aveva chiesto di non essere convocato. La “non idoneità” dichiarata da Barazzutti ha il sapore di una presa d’atto dello stato d’animo del giocatore in questo momento particolare della sua carriera.

E’ una decisione che evita l’innescarsi di inutili tensioni. Può essere il punto di partenza di una nuova stagione, più positiva sia per Andrea che per la squadra italiana? C’è da augurarselo di cuore. Intanto vediamo di archiviare la questione Bielorussia. Dal 5 al 7 maggio ci toccherebbe l’Olanda (sull’erba?), che non si può dire proibitiva. Provare anche quest’anno a tornare in Serie A è doveroso. Ma se non si riesce a costruire il clima giusto nella squadra la “mission” rimarrà ancora “impossible”. Come è stato dal 2001.

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