Buone notizie dal Capitano

Mercoledì 3 Marzo, 2010

Nell’editoriale de Il Tennis Italiano di marzo, da qualche giorno in edicola, avevo auspicato che alla richiesta di Andreas Seppi di non essere convocato in Coppa Davis per tutto il 2010 e alla successiva convocazione del n.1 d’Italia per il match contro la Bielorussia (che comincia venerdì) da parte del Capitano Barazzutti non seguisse la controproducente pantomima già vista con il “Caso-Bolelli”. Una storia di polemiche, squalifiche e ripensamenti che non ha giovato né al clima della nostra Nazionale, né alle prestazioni agonistiche del nostro giocatore nel circuito.

Avevo dovuto scrivere il pezzo martedì 23 febbraio, appena avuta la notizia della convocazione di Seppi insieme a Bolelli, Fognini e Starace. Poche ore dopo, la rivista è andata in stampa.

A una settimana distanza mi fa piacere poter dire che quel desiderio è stato esaudito. La pantomima non si ripeterà. Il merito va proprio ai due maggiori protagonisti della vicenda, Andreas Seppi e Corrado Barazzutti.

Andreas, che speriamo di rivedere un giorno in azzurro, fortissimo e motivatissimo, ha valutato che il rifiuto di una convocazione (e le relative, immaginabili sanzioni) poteva di rimbalzo creare disagi e difficoltà al circolo in cui è cresciuto e dove si allena con Massimo Sartori, quello di Caldaro. Contro quelle che riteneva le scelte migliori per sé e per la sua stagione sul circuito ‘pro’, ha deciso di dire sì e si è presentato regolarmente a Castellaneta Marina dove si giocherà Italia–Bielorussia (ma perché si finisce per dover andare sempre lì?).

Seppi ha subito incontrato Corrado Barazzutti. I due si sono parlati e si sono evidentemente capiti se il Capitano ha ritenuto di esonerare il n. 46 del mondo dall’impegno, dichiarandolo “non idoneo”. “Nell’ultimo periodo sentivo troppa responsabilità e facevo molta fatica a esprimermi al meglio” era stata la motivazione con cui Seppi aveva chiesto di non essere convocato. La “non idoneità” dichiarata da Barazzutti ha il sapore di una presa d’atto dello stato d’animo del giocatore in questo momento particolare della sua carriera.

E’ una decisione che evita l’innescarsi di inutili tensioni. Può essere il punto di partenza di una nuova stagione, più positiva sia per Andrea che per la squadra italiana? C’è da augurarselo di cuore. Intanto vediamo di archiviare la questione Bielorussia. Dal 5 al 7 maggio ci toccherebbe l’Olanda (sull’erba?), che non si può dire proibitiva. Provare anche quest’anno a tornare in Serie A è doveroso. Ma se non si riesce a costruire il clima giusto nella squadra la “mission” rimarrà ancora “impossible”. Come è stato dal 2001.

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Il prezzo (giusto) di un’ora

Domenica 10 Gennaio, 2010

Ricomincio alle 15.00 di sabato 9 gennaio. La prima ora di tennis del 2010. Avevo bisogno di regalarmi un momento di piacere puro e di "rimettere in moto la macchina" dopo il classico periodo all'ingrasso del 'triangolo di piombo': Natale-Capodanno-Epifania.

Il piacere puro è riusciere a giocare con l'amico e poeta del tennis Filippo Melzi d'Eril. Poeta, in questo caso, non perchè scrive bene. Poeta per come gioca e ti fa giocare. Nessuno al mondo ti può mettere in palla come Filippo. Si presenta come sua abitudine con una racchetta di legno (ieri era un Wilson Pro Staff, quella con i rombi sul fusto che usava McEnroe) e poi come sempre palleggia con ritmo e lunghezza perfetta senza sbagliare mai. Colpisce d'anticipo, senza particolare rotazione (a meno che non voglia imprimerla).  E' in grado di decidere all'ultimo per qualunque direzione o angolazione. Se acceleri, accelera. Oppure ( e ti mette in palla ancor di più) te la rimette lì alla stessa velocità del colpo prima. Una specie di macchina lanciapalle umana però continua, carezzevole, precisa. Una pietra di paragone per il tuo stato di forma. La possibilità di colpire, colpire, colpire a media velocità e ritrovarsi. Sì, ritrovare se stessi. Io con lui ce le metto tutta, spero di riuscire dalla mia parte del campo a restituirgli almeno in parte la piacevolezza che lui offre. 

Rimettere in moto la macchina ci costa 22 euro all'ora. Il campo coperto milanese è uno di quelli cui si può accedere senza essere soci. Superficie ben tenuta, riscaldamento così così. Totale 22 euro per 60 minuti. Alla fine ci siamo divertiti molto ma ci chiediamo comunque se il prezzo sia giusto. Non sono comunque troppi 22 euro per un'ora di tennis? A Milano, va detto, si paga anche ben di più: 24, 26, 28 euro. Siamo oltre le 50.000 lire di una volta. Resto convinto che sia troppo. Anche nel periodo invernale bisognerebbe trovare un compromesso. Così a occhio mi verrebbe da dire che i 7.50/8 euro a persona, che rappresentano il costo di un ingresso al cinema, potrebbero essere un buon riferimento (15/16 euro ora, aumentati fino a 18 nel caso l'impianto offrisse impianti e servizi particolarmente curati) per l'ora invernale. Mentre per quella all'aperto penso ragionevole un'oscillazione tra gli 8 e 12 euro all'ora (dai 4 ai 6 euro a persona). Voi che ne pensate? Chi avesse segnalazioni particolari ( campi molto economici o troppo cari, osservazioni o idee da suggerire) è il benvenuto.

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Agassi e il tennis: sarà vero odio?

Domenica 1 Novembre, 2009

agassi feb 95.JPGChissà che cosa salterà fuori ancora, prima del 9 novembre. E’ la data dell’uscita in libreria (nel mondo anglosassone) dell’autobiografia di Andre Agassi che si intitola Open. Prima l’uso di droghe fuori dal campo in un periodo difficile della sua vita. Poi l’odio per il tennis che l’avrebbe accompagnato per tutta la carriera. Successivamente la confessione che persino la lunga chioma biondo mechata sarebbe stata un falso: per cinque anni Agassi avrebbe portato un toupet. Poi una nuova rivelazione sull’uso delle droghe: il padre gliele avrebbe passate prima dei match. Se volete vi aggiungiamo una chicca anche noi: oltre a portare il parrucchino, Andre si rasava i peli del petto: guardate (qui sopra) la foto che abbiamo pubblicato nel febbraio del 1995, alla prima apparizione del Kid con i capelli corti. La vedete la regolarità della ricrescita sul petto?

Scherzi a parte, oggi è solo il 2 novembre: di questo passo in una settimana di anticipazioni potremmo scoprire qualcosa su Andreino e Al Queda, Andreino e via Gradoli, Andreino e… ma che mai avrà fatto scrivere l’ex Kid di Las Vegas in questa autobiografia. Verrebbe voglia a questo punto, prima di tirare le somme e sparare giudizi come stanno facendo in tanti in giro per il mondo, di leggerla per intero questa storia, anche se le 400 pagine annunciate incutono un certo timore.

Di certo tra tanti commenti indignati, penso a Rafa Nadal per esempio o a Pat Cash, spinti a commentare poche fasi rubate qua e là, spicca l’osservazione di Venus Williams, una che di show business sa parecchio: “Il suo libro venderà bene, sembra molto interessante”. Insomma la sensazione è che l’ufficio stampa della sua casa editrice stia lavorando molto bene, anticipando ai quotidiani di tutto il mondo le parti più scabrose, le affermazioni più forti, ben scollegate dal contesto.

La verità che il rapporto di Andre Agassi con il tennis è sempre stato conflittuale. Come poteva essere diversamente per un bambino cresciuto con una palla da tennis appesa sopra il seggiolone, spedito giovanissimo all’Accademia di Bollettieri contro la sua volontà, ricchissimo di talento ma fragile emotivamente. In tanti anni di una straordinaria carriera Andre ha sofferto sicuramente molto dentro e fuori da quel rettangolo di gioco dentro al quale ha costruito se stesso giorno dopo giorno, arrivando a diventare quel campione straordinario che ha vinto Slam su tutte le superfici e rivoluzionato il gioco stesso con uno stile unico.

Uno che odia il tennis non porta la propria fidanzata Wendy a Londra  fuori stagione, sul prato del centrale di Wimbledon, a farle vedere dove ha colto il primo vero trionfo. Uno che odia il tennis non continua a giocare, e a vincere, fino a 36 anni quando ormai è straricco e potrebbe fare dell’altro. Certo, qualcuno si ricorderà anche del fatto che nelle ultime stagioni per eliminare i dolori alla schiena doveva farsi fare delle infiltrazioni dolorosissime.

Insomma, credo che per una persona sensibile e fragile come Andre Agassi il tennis sia stata q u el la via crucis che gli uomini devono percorrere fino in fondo se vogliono diventare veramente tali. Un viaggio tra inferno e paradiso senza troppe mezze misure alla fine del quale ti c onosci veramente, sai la tua forza ma a nche tutte le debolezze, anche quelle che non avresti voluto dover ammettere.

E come un amante disperata dei drammi noir di Hollywood, presa e lasciata, aggredisce l’oggetto della sua passione e lo colpisce, lo graffia e gli grida tutto l’odio del mondo, poi finisce tra le sue braccia in un bacio appassionato, il più classico degli “Odi et amo”, così secondo me rimarrà agli annali il rapporto tra Andre e la racchetta. Scritto negli albi d’oro e nella cronaca mondana, tra Wimbledon e Las Vegas, per la gioia di chi lo ha amato e di chi lo ha sempre odiato.

Di certo uno di quei campioni che trasudano umanità da tutti i pori, uno di quelli che tremano, sbagliano, finiscono a terra, come può succedere a tutti noi. E sanno rialzarsi, riprovarci e tagliare traguardi insperati. Uomini, non superuomini, di cui non si vede l’ora di rileggere la storia. Sempre che sia vera. Anche se dovesse esserlo fin troppo.

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Maglietta rossa: una bella... bufala?

Sabato 24 Ottobre, 2009

Mai rovinare una bella storia con la verità: è una vecchia “regola” delle redazioni. Chiaramente una di quelle “non scritte”. E la storia di Adriano Panatta che alla vigilia del doppio decisivo della finale di Coppa Davis contro il Cile del 1976 avrebbe deciso di indossare ( e di far indossare al suo compagno Paolo Bertolucci) una maglietta rossa, marca Fila, come forma di protesta contro il regime di Pinochet è senza dubbio molto bella. Talmente bella che Mimmo Calopresti ci ha costruito sopra un film-documentario presentato giovedì 22 al Roma Film Fest. E lo stesso Panatta è andato a raccontarla da Fabio Fazio a “Che tempo che fa”. Una storia telmente bella che sarebbe piaciuto anche a me che fosse vera. Ascoltando Adriano quel sabato sera però il dubbio mi è venuto. Avevo solo 15 anni a quel tempo e i ricordi si mescolano un po’.

copertina libro panatta.JPGDi certo mi ricordavo che c’era stata grande polemica sulla partecipazione degli azzurri a quella finale. L’Italia si era spaccata tra il sì e il no. La Russia in semifinale aveva rinunciato. Noi decidemmo di andare e fu in ogni caso un bene, almeno anch’io credo sia stato così. Quello che non mi ricordo però è la notizia di questa provocazione degli azzurri: giocare “in rosso” il doppio decisivo come sberleffo a Pinochet. Ritengo che tutta la stampa italiana, se non quella mondiale, si sarebbe impadronita di questa bella storia in modo massiccio. Sarebbe stata quella la notizia, più di una vittoria in doppio o di squadra che sul piano tecnico poteva essere scontata : Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli erano molto più forti di Jaime Fillol e Patricio Cornejo. Il dubbio che si trattasse di una bufala mi è restato fino a oggi pomeriggio quando, cercando nella mia piccola biblioteca di tennis, ho scovato un libretto che avevo scordato di possedere.

Adriano Panatta – Io e il tennis – La mia vita raccontata a Luca Liguori, SEI Edizioni Torino, dato alle stampe nel maggio del 1977. In copertina una foto di Adriano con la Maglietta rossa, al Foro Italico mentre prepara un rovescio in back.

Sono andato subito a rileggermi le pagine che raccontano la finale di Coppa Davis 1976, fresca fresca nel maggio del ’77. Ebbene non c’è nemmeno una riga, o un lontano accenno tra le righe, alla storia che ci stanno propinando oggi. Panatta narra in prima persona e nelle ultime ore della vigilia accenna perfino a piccole polemiche insignificanti quali l’assenza del medico della squadra azzurra Giorgio Santilli, sostituito dal dott. Dante Rossetti. C’è spazio anche per dire che Rossetti è stato querelato dalla Federazione Medici sportivi per alcune dichiarazioni sulla categoria. Di Pinochet e magliette rosse nessuna traccia.

La verità è che Adriano quel giorno non aveva fatto altro che mettere la stessa maglia rossa con cui aveva vinto in finale a Roma e a Parigi, regalando all’Italia la più bella stagione di tennis di tutta la sua storia. Di questo gli saremo grati in eterno. Questo per noi lo mette tennisticamente al primo posto dell’Olimpo tricolore, seduto accanto al suo capitano di allora, Nicola Pietrangeli. Questa è una bella storia. Vera. Perché rovinarla così, cercando di cambiarci uno dei pochi ricordi veramente felici che abbiamo?

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Fare il maestro non è un lavoro da sfigati

Martedì 6 Ottobre, 2009

Caro Tennis Italiano, ho letto con vivo interesse l'inchiesta sul mondo, a dir poco precario e caotico, che ruota intorno alla professione del maestro di tennis, apparsa sul numero di settembre 2009.
Condivido con Federico Ferrero l'esigenza d'avere una “base solida” su cui poter far affidamento per uno svolgimento del proprio lavoro non suscettibile come ora a mille “intemperie”.
Comprendo anche le lamentele di ex grandi professioniste come Cecchini e Reggi.
Non posso però rimanere sulla stessa linea d'onda di chi come il maestro e coach Massimo Puci arriva a definire il lavoro che io svolgo da ormai 24 anni come “un lavoro da sfigati”.
Non può insegnare chi si reputa fallito. Non può trasmettere alcunché agli allievi che gli si presentano davanti con la gioia di chi vuole apprendere uno sport unico come il tennis.
Quale modello per le nuove generazioni può rappresentare chi, in preda alla disillusione, descrive se stesso, o un ipotetico maestro cinquantenne, come “stanco, senza prospettive e senza risparmi da parte”?
Non accetto chi arriva a reputare il lavoro che ha svolto come un'opzione sbagliata, quasi da rinnegare, da non consigliare a nessuno. Poiché le circostanze non sono di quelle buone. Poiché non si è tutelati a sufficienza.
Come se fosse possibile cambiar le cose evitando di farle, piuttosto che lottare giornalmente affinché a piccoli passi, con sforzo ed impegno costante, la situazione migliori, affinché i risultati prima o poi comincino ad arrivare.
Non può insegnare chi ha esaurito il suo entusiasmo. Non può far dichiarazioni di questo genere e pensare che la categoria di cui fa parte rimanga passivamente in silenzio.
Io, che faccio parte di questo mondo per amore del tennis e dell'insegnamento, per quella che sento fortemente come una missione formativa verso le nuove generazioni, vedo in dichiarazioni come quelle di Puci il venir meno del compito più importante: la trasmissione dei valori più sani, quelli che prima di far dei nostri allievi dei buoni giocatori, fanno di essi degli uomini in grado di affrontare al meglio la vita.
Distinti saluti
Tato Peda’
Maestro di Tennis Fit Albo 1856, Professional Ptr, D.T. Circolo Casetta Bianca, Coordinatore Pia Lazio 7, Delegato Tecnici Regione Lazio, Membro Consiglio Direttivo Scuola Nazionale Maestri Fit.

 

Caro Maestro, la ringrazio per averci scritto testimoniando un approccio alla professione tanto ricco di entusiasmo costruttivo. Non posso che condividere la sua posizione, ritenendo che insegnare il tennis sia un mestiere bellissimo e che un atteggiamento come quello che lei auspica sia l’unico in grado di portare buoni risultati. Ritengo però che le dichiarazioni di Massimo Puci vadano interpretate in chiave generale e (non personale) e provocatoria. In effetti proprio per la peculiarità di questa professione, per l’importanza che hanno la motivazione e la competenza tecnica dei professionisti che la svolgono, penso che andrebbe valorizzata e tutelata molto meglio e di più di come avviene in Italia. Ritengo che un tecnico in grado di lavorare con giovani tennisti dalla prospettiva professionistica dovrebbe guadagnare come un allenatore di calcio di Serie A. E che chi si dedica ai giovani agonisti, seguendoli ai tornei oltre che allenandoli al proprio circolo e imponendosi così notevoli sacrifice sul piano famigliare, dovrebbe ricavarne soddisfazioni materiali adeguate a quelle morali e sportive. Così avviene per gl i elementi di spicco nelle altre professioni. Un mestiere fisicamente impegnativo come il vostro meriterebbe anche tutele importanti sul piano previdenziale, per garantire con l’andar degli anni quella sere nità che se rve a esprimere appieno l’amore e l’entusiasmo che sono indispensabili nell’insegnamento.
Dunque alla fine sono di nuvo d’accordo con lei: bisogna lottare giorno dopo giorno perchè le cose migliorino.

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Federer fa i numeri: Genova applaude

Domenica 20 Settembre, 2009

Genova - 16.30. Un ora e quarantasette minuti, spezzati in due da una lunga pausa-pioggia: questa è stata la durata dell'esposizione che Roger Federer ha fatto a Genova del suo repertorio. 6-3 6-0 6-4 il punteggio della sua vittoria su un volenteroso Potito Starace che ha chiusa la pratica play-off tra Italia e Svizzera. Loro, i rossocrociati, rimangono nel World Group, la serie A di Coppa Davis; noi nella zona Europea, la serie B. Questo però era già implicito nel programma dell'incontro: in presenza del n.1 del mondo e dell'esimio collega Wawrinka, n.22, per noi non ci sarebbe stato scampo. Dunque recriminare non ha senso. Ne ha provare ad analizzare l'altro versante di questa sfida di Davis, lo spettacolo che poteva offrire la presenza del Migliore di sempre, per il quale oltre 5.000 persone avevano pagato un salato biglietto.

Sotto questo profilo il bilancio è certamente positivo. Dopo l'assenteismo nella giornata del doppio il Campione è tornato in campo sotto una fastidiosissima pioggerella deciso a chiudere i conti il più velocemente possibile senza però lesinare sul piano dello spettacolo. L'impegno di Starace, partito con la determinazione a combattere colpo su colpo un metro e mezzo dietro la linea di fondo, è stato la spalla perfetta perchè lo svizzero mettesse in mostra la sua infinita varietà di angolazioni e rotazioni, di diritto e di rovescio, la morbidezza delle palle corte, la scioltezza di volée e smash, la velocità di gambe nei recuperi difensivi. Insomma tutto quello che si può sognare di vedere su un campo da tennis. Ciliegina sulla torta, Roger non ha voluto far mancare anche l'ormai celebre (dopo la semifinale contro Djokovic agli Us Open) passante in recupero colpioto in mezzo alle gambe, spalle alla rete. Si era sul 5-0 del secondo set, 30-15, e sul pallonetto di Starace che lo aveva scavalcato, il n. 1 di sempre ha intravvisto l'occasione di ripetere il capolavoro. Ha accellerato i passi per arrivare in tempo sulla palla e ce l'ha fatta in extremis. Il gesto non è stato fluido come a New York, ma la palla è filata via velenosa lo stesso. Starace, a differenza di Djokovic, è riuscito a mettere la racchetta, ma la sua volée è finita larga. E il Beppe Croce di Genova si è alzato tutto in piedi: standing ovation.

Il buon Potito, preferito a Seppi (che dopo il malore di venerdì era pronto oggi a scendere in campo), dopo il 6-0 si è un po' demoralizzato. La sua mimica con il capitano Barazzutti ai cambi di campo era eloquente. Muoveva le mani a ridisegnare gli scambi e il loro esito con un'espressione del viso alla fine come a dire: ma contro uno che gioca così, che cosa si può fare? Niente, Potito, e grazio lo stesso per l'impegno finale, quando ti sei arrampicato fino a 4-5 30-30 e quel tuo rovescio lungolinea è uscito di un dito. Ci ha permesso di ammirare un po' più a lungo questa enciclopedia del bel gioco efficace che è Federer. Il modello cui tutti i bipedi con racchetta dovrebbero tendere.

Federer è ormai una vera icona del tennis e oltre. Ieri l'intera squadra del Genoa calcio si è presentata a Valletta Cambiaso per farsi fotografare con lui. Gli hanno regalato una maglietta rossoblu con il numero 15, quello dei suoi Slam. Lui ha sorriso, si è prestato al gioco come si è conceso agli autografi nel dopopartita, paziente, fedele ai canoni del suo personaggio. Elegante, preciso, talvolta "leccato" al punto di stendere al suolo un asciugamano bianco per poggiare il borsone in modo che non si sporchi di terra rossa e poi però pronto a lanciarsi alla disperata rincorsa di una palla per altri impossibile, capace di rimandarla di là con la punta della racchetta, di chiudere il punto e e di urlare al mondo a pugni serrati il suo &q uot;c'mon" come il più tosto dei fighter. "Genova per noi" si è trasformata in "Genova per lui". Giusto così.

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Roger, grazie di (non)esistere...

Sabato 19 Settembre, 2009

Genova - ore 15.27 - L'Italia di ieri era sotterata di pallate, sotto un cielo plumbeo, senza speranza. Sotto 0-2 con la Svizzera, aspettava il colpo di mannaia finale dal doppio campione olimpico Federer-Wawrinka. Invece, dopo averci fatto l'onore di venirci ad affrontare nonostante le fatiche degli Us Open, la desuetudine alla superficie, il jet-lag, il Migliore di sempre si è presentato con un secondo regalo: la sua assenza dal doppio. Opposti ai nostri Simone Bolelli e Potito Starace (preferito a Seppi, compagno del bolognese nei tornei del circuito), sono scesi in campo sotto uno splendido sole, Stanislas Wawrinka e Marco Chiudinelli (nome e cognome da italiano ma francese di lingua). Un doppio che, sotto gli occhi di Re Roger, signorilmente in panchina con il suo berretto bianco con le iniziali ricamate, si è rivelato inesistente. Ai nostri è bastato tenere con onore il campo per chiudere la pratica in tre set (6-2 6-4 7-6), con magno tripudio dei quasi cinquemila spettatori che hanno fatto un tifo indiavolato sul campo Beppe Croce di Valletta Cambiaso.  

Il tennis doppistico visto lì è stato di tale confusione che Roger a un certo punto è sparito, se ne è andato. Effettivamente Wawrinka era inguardabile: si è fatto strappare il servizio ben quattro volte consentendo agli azzurri di gestire vittoriosamente l'unico scivolone, cioè il controbreak subito da Bolelli sul finire di terzo set. Il tie-break finale non ha avuto storia, l'Italia è filata 5-1 per chiudere 7-3 in un'ovazione, con il presidente del Coni Petrucci in tribuna che distribuiva buffetti di soddisfazione alle guance del presidente della Fit Binaghi. L'onore è salvo. A modo loro Potito e Simone hanno giocato benissimo, cogliendo con determinazione l'opportunità creatasi grazie dalla sparizione di Federer dalla formazione di doppio.

"Abbiamo deciso di farlo riposare" ha dichiarato capitan Luthi, appropriandosi diplomaticamente di decisioni non sue. Come mai Federer abbia deciso di regalarci una sua nuova passerella domani, disertando oggi e costringendosi a un minimo di altri tre set sulla terra battuta fradicia di Genova solo Dio lo sa. Se voleva risparmiarsi gli bastava sostenere oggi il povero Stanislas (che per la rabbia delle sue topiche ha spaccato picchiandola ripetutamente per terra  una delle sue belle, incolpevoli Head Prestige nuova di pacca) e, non se ne abbiano i nostri, dire la parola fine al questo confronto-spareggio. Ed essere così libero di andare finalmente in vacanza ( a Portofino?). Pensava forse che i suoi due colleghi rossocrociati potessero cavargli le castagne dal fuoco e permettergli di tirare il fiato già stasera? Se così è, vuol dire che nessuno è perfetto, perchè un doppio sconclusionato come quello svizzero di oggi l'avevamo visto solo nei nostri sogni più rosei.

Dunque grazie, Roger. E arrivederci a domani. Comunque vada, con te in campo sarà sempre uno spettacolo indimenticabile. Grazie di esistere. E anche di, qualche volta, non esistere.

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Italia -Svizzera da mal di stomaco

Venerdì 18 Settembre, 2009

Genova - ore 16.30 - Non domandare per chi suona la campana. Il tocco delle quattro e mezza del campanile di S.Francesco d'Albaro suona per noi. Coincide con il punto con cui Roger Federer chiude la pratica Bolelli. Una bella esibizione 6-3 6-4 6-1, con qualche giocata d'accademia di lusso ma nessuna emozione vera dopo che l'azzurro si fa strappare il servizio sul 3-4, cioè nel momento più delicato del primo set. Fino ad allora si era potuto sperare in un match vero: da qule momento è diventato una passerella, anche se Simone non ha demeritato anche anche nel secondo set contro il più forte di tutti i tempi. La perdita di quel secondo punto che suona come il definitivo De profundis per le nostre speranze, già sulla carta flebili. Domani c'è il doppio e gli svizzeri si sono riservati la prognosi, rimandando la scelta sullo schieramento: faranno riposare Federer? Chissà.

 Intanto, sotto il cielo plumbeo di Genova, l'evento (la discesa in terra rossa ligure del divino Roger) si è consumato senza sussulti. C'erano tante star in tribuna: particolarmente in vista il presidente del Coni Petrucci, i comici appassionati tennisti Maurizio Crozza e Gene Gnocchi. L'estroso Gene si è spinto fino alla conferenza stampa durante la quale si è dichiarato innamorato di Roger e sofferente allo spasimo durante i suoi match. Ha chiesto dunque allo svizzero quando avrebbe smesso di giocare ponendo fine alle sue sofferenze. Si è anche dichiarato novello padre di due gemelli e ha proposto a Roger un incontro con le sue due gemelline. Il campionissimo è stato allo scherzo, avvertendo il tifoso "innamorato" Gnocchi che avrà da soffrire ancora a lungo perchè a lungo è intenzionato a giocare e chiedendogli di aspettare almeno altri diciotto anni per riparlare dell'incontro tra le rispettive figliolanze.

Insomma gli svizzeri se la ridono e si divertono. Per noi lo spettacolo è stato mesto, senza speranza. Ci è toccato anche sentire il resoconto degli spasmi allo stomaco di Seppi, cui ha rimediato nell'intervallo tra il secondo set e il terzo un'iniezione di Plasil (antispastico), praticata dal dott. Parra. Il buon Andreas non ha vomitato, ma lo spettacolo e l'esito della partita non ne hanno risentito in meglio. Desolante alla fine il ciuffo in piedi di capitan Barazzutti, depresso e assediato da alcuni cronisti che cercavano inutilmente un colpevole per questo fine di pomeriggio triste. I più forti hanno battuto i meno forti, uno dei quali con il mal di pancia. Tutto normale. Poi ci sarebbe da discutere eventualmente sul perchè la Svizzera è tanto più forte dell'Italia. Una bell'argomento su cui discettare, un problema che dovremmo cominciare a porci seriamente.

Ore 14.45 - Si diceva che se l'Italia aveva qualche possibilità di impegnare la Svizzera di Federer, tutto sarebbe dipeso dal confronto tra Andreas Seppi e Stanislas Wawrinka, il n. 2 rossocrociato. Si trattava di un numero due che per classifica e risultati sovrastava tutti nostri giocatori(oggi è n. 22 ma è stao anche n.10 Atp) , ma il fatto che avesse già incontrato 8 volte in carriera il nostro numero uno altoatesino, con un bilancio di 4 vittorie per parte, faceva sperare. Il match invece non è mai stato in discussione. A quanto pare Seppi (attualmente n. 59 Atp) non era in buone condizioni fisiche, accusava problemi gastro-intestinali. Morale è finito sotto 4-0 in tutti e tre i set che hanno costituito la partita. Nel primo ha rimontato fino a 4-5, andando anche a servire per il pareggio, ma ha subito l'ennesimo break. Il secondo e il terzo set sono scivolati via più veloci (6-1 6-2), con un guizzo d'orgoglio finale che ha portato l'azzurro ad annullare quattro ma tch point prima di arrendersi. Un gran peccato. Vien da domamdarsi come sia po s sibile che in Coppa Davis ci si trovi a schierare nel primo match un giocatore indisposto. Cercheremo di scoprirlo nella conferenza stampa di Andreas, prevista per le 15.30. Ora va in campo il grande Roger con Bolelli. Speriamo nello spettacolo.

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Per fortuna che c’è Nole

Domenica 3 Maggio, 2009

All'inizio ha giocato male ma non si è fatto staccare nel punteggio. Quando il primo set sembrava perso l'ha raddrizzato e ci ha regalato lotta fino al tie-break. Ha fatto anche errori madornali, ha spaccato una racchetta ma finchè ha potuto ci ha provato, ha cercato di vincere. Poi è scoppiato, ha perso. Ma è riuscito a sorridere lo stesso e a far sorridere tutto lo stadio, accettando di improvvisare, pur nello scorno della sconfitta, l'imitazione del rivale. Novak Djokovic ha perso la sua sfida con Rafa Nadal ma per fortuna che nel tennis esiste ancora uno come lui.

Ieri al pronostico del suo match contro Federer, il cuore sperava Roger (che bello sarebbe stato riverderlo super-competitivo) ma la ragione diceva Djokovic. In primo luogo per la condizione mostrata dal serbo a già a Montecarlo. In seconda battuta per la convinzione che Nole potesse provare seriamente a battere Nadal. Roger no, sulla terra rossa di sicuro no.

Questa logica ha avuto conferma sul campo centrale del Foro Italico dove i mezzi tecnici e la sfrontatezza di Djokovic (uniti all'attuale splendida condizione fisica) hanno regalato un match intenso, con alcune giocate memorabili, al posto del monologo che Rafa oggi impone a tutti gli altri rivali. Si è fatto strappare subito la battuta Nole, da un avversario che era entrato in campo determinato a imprimere subito ritmi elevatissimi, forse proprio per non farlo ragionare. Infatti il serbo non ragionava granchè, appariva teso ma riusciva a rimanere agganciato nel punteggio. E quando Rafa è andato a servire per il set, ha lottato e gli ha strappato la battuta.

L'arma del rovescio bimane, capace di incontrare in diagonale senza tentennamenti il diritto "supercarico" del maiorchino anche quando rimbalzava molto alto, ha funzionato a dovere, aprendo il campo a soluzioni esplosive.

Sono stati i momenti più belli del match, gli ultimi quattro giochi del primo set dove si è visto il meglio che oggi sia dato vedere su un campo in terra rossa per potenza, precisione, tenuta psico-fisica. Poi il tie break, per sua natura, ha rotto l'equilibrio. A favore dello spagnolo. Che comunque è stato costretto a combattere ancora duramente all'inizio della seconda partita, prima che l'avversario si arrendesse, dopo più di due ore di gioco. Insomma Djokovic ci crede e ci prova, anche se non ancora fino in fondo.

D'altro canto il Nadal attuale è mostruoso, come quello delle passate stagioni, se non di più. Il suo livello di gioco è salito, grazie a un rovescio sempre più duttile. Ma è l'assoluto controllo delle partite, per non dire dei singoli punti, che impressiona. E' come se il n.1 del mondo, consapevole del tour de force che gli tocca affrontare per riconquistare tutti i trofei disponbili sul "rosso", stia attento a non lasciare troppi game per strada, giusto per economizzare le energie. Fa un certo effetto, nelle sue conferenze stampa dopo match, rendersi conto della lucidità con cui ricorda ogni singolo punto dell'incontro e riesce mentalmente a rivederlo alla moviola mentale, rianalizzandolo da un punto di vista tattico e psicologico. Oggi ha ripassato per la platea dei giornalisti il suo percorso stagionale da Monte-Carlo in poi, in prospettiva parigina, dando la sensazione che nella sua testa sia già tutto chiaro e i game vinti e persi siano come le note su un pentagramma, la partitura di un pezzo musicale già scritto. Si fa fatica a immaginare qualcuno che possa impedirgli di suonarlo.

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Che Roger che faceva

Sabato 2 Maggio, 2009

Riprendiamo la rubrica "Che Roger che fa" dopo l'interruzione di ieri. Il titolo però oggi è diventato "Che Roger che faceva", visto che il Migliore di sempre si è fatto buttar fuori in semifinale da Novak Djokovic e dunque, romanamente, appartiene purtroppo al passato. La sua sfida con un "Nole " molto in forma ha avuto due volti distinti. Roger 1, quello del primo set e dei primi 3 giochi del secondo, è sembrato la riapparizione del Federer dominatore. Sicuro di sè, molto concentrato, perfetto timing sulla palla, buona percentuale di prime palle, ha incamerato il set con grande sicurezza nonostante di fronte avesse un Djokovic in grande condizione. Anche le cifre raccontano un dominio forse perfino inatteso: Federer vinceva sfruttando una delle sei palle break che si era costruito, Djokovic non ne aveva avuta alcuna. All'inizio della seconda partita un altro break e la possibilità di andare 3-0, strappando per l'ennesima volta la battuta all'avversario, fallita ma senza stress. Il tempo di Roger era un sereno assoluto, solleone, una meraviglia. Da tempo non era così bello.

Poi il temporale. Prima quello vero, improvviso, con un enorme nuvolone nero, tra il nadaliano e il fantozziano, che ha rovesciato venti minuti di goccioloni, spezzato in due il match, fatto saltare la diretta in chiaro di Italia Uno e mandato negli spogliatoi lo splendido Roger 1.

Roger 2, quello che ha ricominciato a giocare dopo una quarantina di minuti di pausa, era quello che gli anziani a Milano definirebbero, con felice sintesi dialettale, "stremì dal tempural", "spaventato dal temporale". La riproduzione romana del campione che sparì dal campo al quinto set degli Open d'Australia dopo averne combattuti quattro. Improvvisamente insicuro, quasi succube della rabbia di Djokovic che non voleva perdere. Il barometro del suo tennis, ovvero il numero di rovescio in top steccati, improvvisamente puntava al brutto: aumentava. Una questione di testa più che di tennis e gambe. Al terzo set, portatosi sul 3-1 , di nuovo in vantaggio di un break, Roger 2 arrivava al punto di farsi strappare il successivo servizio a zero. Un game inguardabile, dove al rovescio di nuovo fallibile si aggiungeva il crollo delle percentuali di battuta. Non avrebbe fatto più un game, l'ex numero uno del mondo. Usciva tra il dispiacere di tanti, lasciando nei pessimisti la convinzione che non sia più lui, cioè il migliore. Gli ottimisti possono concedersi (e concedergli) il beneficio del dubbio. Roger 1 può ancora fare Slam. Roger 2 fa solo malinconia.

P.S. Per quanto riguarda la qualità della finale di Roma 2009 è molto meglio che l'abbia spuntata "Nole": è in grande condizione. Da come si batteva i pugni sul petto alla fine, ha motivazione e consapevolezza dei suoi mezzi. Soprattutto ha le doti tecniche, fisiche e mentali per battere Nadal. E ci crede.

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