- Nikolay, in Italia in pochi conoscono la tua storia personale...
“Sono nato in Ucraina, a Severodonezk, poi a circa undici anni ci siamo trasferiti in Russia, mentre a 15 è stata la volta della Germania, precisamente a Salmtal ma questa volta solo con mio fratello Eduard che è anche il mio coach. Ci alleniamo insieme da quando avevo undici anni, praticamente da quando ho cominciato a vivere in Russia. Lì, ovviamente, ho continuato a giocare a tennis cominciando anche a fare qualche torneo di buon livello. Ho avuto la cittadinanza russa a 18 anni e nel 2004 sono tornato a viverci. Adesso vivo tra Colonia e Montecarlo”.
- La tua è una famiglia di sportivi?
“No, c’è solo mio fratello che vive nel mondo dello sport e del tennis in particolare. I miei genitori, Vladimir e Tatjana, non hanno mai praticato nessuna disciplina, almeno a livello professionistico”.
- Cosa fanno i tuoi genitori?
“Oggi non fanno nulla: sono in pensione. Ogni tanto vengono a vedermi giocare a tennis quando c’è qualche torneo importante”.
- Ti ricordi esattamente quando e perché hai cominciato a giocare?
“La cosa curiosa è che anche mio fratello ha cominciato a undici anni nei tornei junior. Lo guardavo giocare per divertirmi e così mi è venuto naturale prendere in mano una racchetta. Ma fino a undici anni era solo un hobby. Poi ho cominciato ad allenarmi seriamente, ho capito che con un metodo e una programmazione d’allenamento serio sarei anche potuto diventare un buon giocatore”.
- Anche tuo fratello è stato un buon giocatore in passato?
“No, se con buon giocatore intendi professionista. In Russia era già un coach, seguiva parecchi giocatori e la loro programmazione. E’ il mestiere che ha fatto per tutta la vita, ha cominciato praticamente attorno ai 19 anni, molto giovane per una professione del genere”.
- Oltre a giocare a tennis, quali erano i tuoi hobby da bambino?
“Mi piaceva moltissimo andare a pescare, oppure passavo i pomeriggi guardando i film, anche perché adoravo passare il tempo comodamente in casa. Tutte e due cose estremamente rilassanti”.
- Chi era il tuo giocatore preferito?
“Sicuramente Ivan Lendl. E’ stato un grande campione, è rimasto in testa alle classifiche per molte settimane, e di conseguenza, quando in televisione c’era del tennis, solitamente c’era lui. Penso fosse il migliore di tutti”.
- Ti ricordi la prima volta che hai visto Ivan Lendl giocare?
“Avevo sei, forse sette anni, vedevo la tv russa, di domenica, motivo per cui c’era sempre una finale. E siccome il numero 1 a quel tempo era Lendl e lui arrivava sempre in finale, finivo per vedere i suoi match e mi ricordo benissimo che pensavo: «gioca davvero bene». Ero incantato da lui, nei miei ricordi da ragazzino lui era l’unico tennista esistente...”.
- Com’era la tua carriera agli inizi?
“Ho cominciato piano. Nel 1999 avevo solo pochi punti, poi nel 2001 il mio primo titolo Atp ad Adelaide e poi ho vinto il secondo torneo all’Estoril. Di anno in anno vincevo dei tornei e la mia classifica migliorava e poi ho alzato il mio livello di gioco nei Masters Series e nei tornei del Grande Slam. Ma è stato un processo graduale, non mi è mai capitata un’emozione forte, che so, di vincere qualcosa di grande da outsider. Non so se capisci quello che intendo dire...”.
- Il tuo inizio di carriera è stato molto difficile. Sacrifici su sacrifici...
“Non avevo molti soldi all’epoca perché i prize-money di certi tornei non bastano per tirare avanti. In più tutto quello che guadagnavamo, io e mio fratello, era per la nostra famiglia e per procurarle i beni necessari per vivere, quindi non avevamo un grande budget per viaggiare e ce la cavavamo come si poteva. Programmavamo tutto il calendario in funzione di questo: se c’erano più tornei ravvicinati sceglievamo quelli, per poterci muovere in treno da una località all’altra piuttosto che spostarci in aereo spendendo molto di più. Mi ricordo che invece di andare nei ristoranti a mangiare come tutti gli altri giocatori del circuito io e mio fratello andavamo a comprare i panini al supermercato e li mangiavamo in hotel. Quegli anni, tra il 1999 e il 2000, sono stati veramente diffi cili, in quel periodo stavo seriamente valutando di smettere di giocare perché senza risultati positivi di soldi non ne entravano”.
- Poi è cambiata la tua vita?
“Beh... (ride, n.d.r.) dormo negli hotel a 5 stelle e posso permettermi di andare al ristorante quando ne ho voglia. Però non sempre ci vado, perché spesso mi piace anche mangiarmi un panino al bar o, come ai vecchi tempi, in stanza. Mi so accontentare e poi in fin dei conti sono lo stesso di prima, non sono certo cambiato”.
- Fuori dal campo come sei?
“Un ragazzo molto semplice che ama la tranquillità. Mia moglie dice sempre che non sembro nemmeno uno sportivo nel tempo libero, perché mi vesto in modo molto classico e faccio cose troppo normali che molta gente troverebbe noiose”.
- Come mai il numero 6 del mondo fatica a trovare sponsor?
“In Russia è difficile acquisire degli sponsor. E’ vero che sono nei Top 10 da tanto ma dovrei vincere qualche Slam, è questo che fa la differenza per firmare dei buoni contratti economici. Il punto chiave comunque è vincere almeno uno Slam: aprirebbe molte porte”.
- E quale dei quattro Slam pensi sia più alla tua portata?
“I primi due dell’anno probabilmente: l’Australian Open e il Roland Garros sono i due tornei in cui posso dire la mia”.
- Hai fatto il grande passo con Irina. Ci racconti come è cominciata la vostra storia d’amore?
“Stiamo insieme da tre anni e mezzo. Ci siamo conosciuti all’Estoril nel 2003. E’ stato il primo torneo di tennis che vedeva e io l’ho vinto. Diciamo che ho fatto subito bella figura. La cosa sorprendente è che Irina viene da Chelyabinsk, a Est della catena degli Urali, e lavora a Mosca da quando ha finito di studiare psicologia. Buffo il fatto che per conoscerci abbiamo dovuto andare fino in Portogallo”.
- Ti segue spesso sul circuito…
“Ogni settimana. Mi fa anche i massaggi. Quando non c’è lei mi faccio seguire da un fisioterapista russo ma, come puoi immaginare, non amo molto questa soluzione... preferisco mia moglie Irina”.
- In cosa ti aiuta di più
“Evita di farmi diventare matto durante i tornei. Se qualcosa non va per il verso giusto in campo, passiamo più tempo insieme e così non abbiamo fretta di tornare a casa per riposare. Questa è la vera ragione per cui gioco così tanti tornei. Se ho la mia famiglia e la mia compagna con me sto bene ovunque”.
- Cosa fate per rilassarvi?
“Solitamente usiamo la piscina dell’hotel, poi la sauna e i massaggi. Qualche volta usciamo al ristorante ma spesso dopo una nuotata preferiamo il servizio in camera”.
- Sei stato un giocatore anonimo ai più per tanto tempo ma adesso le cose sono cambiate parecchio per te. Quand’è che ti sei accorto che eri diventato davvero popolare?
“Nel 2006 stavo giocando la tournée americana e nessuno sapeva chi fossi. Quest’anno invece a Indian Wells tutti a dirmi: «Ah, come on, Davydenko!», e mi chiedevano un sacco di cose. Non riuscivo nemmeno a fare shopping in pace perché davvero continuavano a riconoscermi. Essere diventato popolare in America mi ha colpito parecchio”.
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