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Berrettini perde, ma è il nome giusto su cui puntare

Un doppio fallo sul 6-6 nel tie-break del secondo set nega a Matteo Berrettini il titolo nel Challenger di Portorose, ma la crescita del "Next Gen" romano è impressionante. Ha scalato un centinaio di posizioni nel giro di un mese, e può addirittura puntare alla top-100 entro la fine dell'anno. Intanto giocherà lo Us Open.
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Marco Caldara
12 agosto 2017

Quel doppio fallo sul 6-6 del tie-break del secondo set è destinato a bruciare parecchio, ma Matteo Berrettini può permettersi il lusso di non dargli troppo peso. Gli è costato il titolo nel Challenger di Portorose, in una finale che a tratti ha mostrato di meritare più di un giocatore del calibro di Sergiy Stakhovsky, ma non modifica di una virgola un percorso che a suon di tappe bruciate sta diventando sempre più interessante ogni giorno che passa. Basta guardare la classifica ATP: il 17 ottobre scorso il 21enne romano era numero 883 ATP, mentre fra un paio di giorni sarà alla posizione numero 140, con un centinaio di posizioni polverizzate nel giro di un mesetto, grazie al primo titolo Challenger sulla terra di San Benedetto del Tronto, seguito dalla semifinale a Segovia e la finale in Slovenia, sugli stessi campi che per sei anni (dal 2005 al 2010) avevano ospitato anche un torneo WTA, uno dei primissimi entrati nella bacheca di Sara Errani. Il doppio fallo, figlio della valanga di emozioni contrastanti che si sono susseguite già dall’inizio di un duello poco fedele ai servizi e ricco di capovolgimenti di fronte, gli ha fatto scivolare di mano un match che – per quanto visto – si poteva vincere. Tuttavia, nel 6-7 7-6 6-3 che ha dato ragione all’ex numero 31 del mondo, famoso soprattutto per una magica vittoria contro Roger Federer sul Centre Court di Wimbledon, la linea tra successo e sconfitta è stata talmente sottile da rendere meno amaro il KO. Ciò che conta è che Berrettini sia passato in fretta da sorpresa a realtà sempre più convincente del tennis tricolore, in grado (sul serio!) di migliorare settimana dopo settimana, fino ad agguantare tutti i connazionali più promettenti e lasciarseli alle spalle.

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DA SECONDA LINEA A TRAGHETTATORE
E pensare che solo un paio d’anni fa, nell’elenco dei possibili talenti italiani del futuro, il nome di Berrettini non figurava nemmeno. L’attenzione degli appassionati era su altri talenti, da Quinzi a Baldi, da Napolitano a Donati, mentre per il romano sembrava dovesse esserci poco spazio. Ma il bello del tennis, in giovane età, è che a volte basta poco per sovvertire gli equilibri, e i percorsi più veloci non sempre risultano i più azzeccati. Il caso di Berrettini ne è la più limpida dimostrazione: fino al marzo del 2015, quando – per rendere l’idea temporale – i dubbi sul reale valore del suo coetaneo Quinzi iniziavano già a farsi sempre più fitti, ai suoi 193 centimetri non era ancora accoppiato un ranking ATP, vista la scelta di dare priorità all’attività juniores per raggiungere l’obiettivo di giocare i tornei del Grande Slam, dove respirare l’aria del tennis che conta per davvero. Poi, centrato quel traguardo, è iniziata una scalata impressionante che nel giro di pochi mesi l’ha visto lasciare il gruppo delle seconde linee per diventare il leader dei più attesi, e mostrare non solo di essere il più vincente, ma anche (o soprattutto) il più costante e il più concreto, in barba a chi l’aveva sempre considerato meno degli altri. Fare paragoni non è mai piacevole, ma nel tennis parlano i risultati, e in questo caso servono a rendere l’idea della situazione. A livello Challenger gli altri giocatori della “NextGen” azzurra hanno messo insieme due finali, una vinta da Napolitano e l’altra persa da Donati, mentre il ventunenne della Capitale ne ha raccolte quattro da solo, tutte negli ultimi nove mesi. Ha perso le prime due, nel 2016 ad Andria e quest’anno a Quanzhou, poi ha conquistato a luglio l’appuntamento di San Benedetto del Tronto, che ha dato il via al suo miglior periodo in carriera.

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SANTOPADRE, GLI INFORTUNI, IL PERCORSO
La mancanza di attenzioni degli anni scorsi ha permesso a Berrettini di lavorare a fari spenti insieme a coach Vincenzo Santopadre, l’unico fra gli ex top-100 azzurri a seguire a tempo pieno uno dei nostri giovani (sarà un caso che sia diventato il migliore?), fissando obiettivi a lungo termine e sfruttando le pause imposte da un fisico ballerino per crescere dentro e fuori dal campo. Nel 2016 il ginocchio l’ha fermato per sei mesi, e al rientro sembrava già un altro giocatore, mentre a giugno la caviglia gli ha imposto uno stop di cinque settimane, e lui si è vendicato vincendo al rientro il suo primo titolo Challenger. A inizio stagione, memore dei problemi dello scorso anno, giurava di non avere obiettivi, e di puntare solamente a star bene fisicamente. Ma quando la manodopera è di qualità, il prodotto finale non può che essere ottimo. Di Berrettini piace tutto: il servizio che arriva tranquillamente ai 220 all’ora, il diritto che fa esplodere la palla e un rovescio che continua a migliorare, ma anche la capacità di giocare allo stesso livello su tutte le superfici, più il carattere e il modo di stare in campo, tre aspetti che nel tennis di oggi valgono oro. E poi ancora la continuità che nel 2017 sta diventando una fedele compagna, come il ranking non perde l’occasione di ricordare, e anche una programmazione perfetta. I risultati dicono che giocare sul cemento per iniziare in anticipo l'avvicinamento alle qualificazioni dello Us Open (il suo primo Slam) è stata la scelta corretta, e confermano che i pezzi del puzzle che serve a comporre un ottimo giocatore ci sono tutti. Piano piano stanno andando al loro posto, e il bello è che, dicono Berrettini e Santopadre, la completa maturità fisica dovrebbe arrivare solo fra qualche anno. Se fosse davvero così, ci sarà da divertirsi. E pure da sorridere, ripensando a quella finale Challenger gettata al vento con un doppio fallo.

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