Riccardo Bisti - 27 giugno 2019

MARCO TRUNGELLITI: THE WHISTLEBLOWER

Marco Trungelliti, argentino di 29 anni, è stato emarginato da tanti giocatori ed è caduto in depressione dopo aver rivelato alla Tennis Integrity Unit di essere stato contattato per truccare delle partite e poi ascoltato in un processo che ha portato alla condanna di alcuni suoi colleghi, compreso il connazionale Nicolas Kicker. Un gesto coraggioso che però ha avuto ripercussioni pesanti sul suo stato d’animo. A conferma che la battaglia contro la corruzione è ben lontana dall’essere vinta.

Probabilmente Marco Trungelliti non ha mai sentito parlare di Simone Farina. Era il dicembre 2011 quando si scoprì che l’allora difensore del Gubbio aveva rifiutato 200.000 euro (da spartire con alcuni compagni) per truccare una partita di Coppa Italia. Fu il grimaldello per dare il via all’operazione Last Bet, indagine che ha messo a nudo uno dei tanti scandali del nostro calcio. Farina era a fine carriera, ma il suo gesto ha avuto gli onori che meritava: partecipò a uno stage della nazionale, fu invitato alla cerimonia del Pallone d’Oro e lesse il giuramento al Torneo di Viareggio, la più importante manifestazione di calcio giovanile. Fosse al corrente di questa storia, il 29enne di Santiago del Estero proverebbe ancora più rabbia. Anche lui ha rifiutato e denunciato un tentativo di corruzione, peraltro in uno sport in cui è ancora più complicato resistere alle tentazioni. In cambio, è stato isolato e persino minacciato. Marco Trungelliti era diventato famoso durante il Roland Garros del 2018: eliminato nelle qualificazioni, fu ripescato in extremis come lucky loser ma era già tornato a Barcellona, dove risiedeva. Pur di giocarsi la sua chance, partì in macchina con tutta la famiglia, nonna compresa, pur di arrivare in tempo a Parigi. Un viaggio di 10 ore, accuratamente condiviso sui social, che si è concluso con un bel piazzamento al secondo turno, sorrisi e pacche sulle spalle. Dopo la vittoria su Bernard Tomic, divenne il personaggio del torneo.

Trungelliti è un tipo simpatico, esattamente come appare: lunghi capelli riccioli, barba incolta, sorriso sempre pronto. Ma dentro lo spogliatoio viveva un’altra realtà. Lo avevano accusato di essere uno spione, un traditore, di aver venduto informazioni alle autorità in cambio di vantaggi personali. Balle, smentite dai documenti e dalle registrazioni. Tuttavia, la forza della verità non gli ha evitato il vergognoso comportamento di tanti colleghi. Lo hanno fatto cadere in depressione, una situazione insostenibile, fino a quando ha sentito la necessità di rendere pubblico il suo calvario. Un racconto che non sorprende, ma mette ugualmente i brividi. Nel luglio 2015, una persona di fiducia lo mise in contatto con un potenziale sponsor. Quelli come lui hanno sempre bisogno di qualche entrata extra per pagarsi l’attività e così Trunge si è presentato all’appuntamento da solo, in un bar di Buenos Aires. Bastarono pochi minuti per capire che lo sponsor era uno che voleva infilarlo nel mondo della corruzione. «Mi ha detto che lavorava con otto tennisti, non tutti argentini». Il tariffario prevedeva 2-3.000 dollari per una combine in un torneo Futures, 5-10.000 in un Challenger e addirittura 50-100.000 in un ATP. L’argentino non ha avuto dubbi nell’ascoltare la sua coscienza e, il 14 agosto 2015, ha preso contatto con la Tennis Integrity Unit, l’organo investigativo che indaga per smacchiare il nostro mondo dalla monnezza delle partite truccate: «Ditemi cosa devo fare: conosco il suo nome, il suo numero di telefono e alcune cose che mi ha detto» scriveva Trungelliti. Mentre si andava avanti tra indagini e udienze, si confidò con alcuni connazionali. Pensava che la cosa sarebbe rimasta riservata, invece si è diffusa nello spogliatoio. Sono iniziate le occhiatacce, le mezze parole, gli sguardi pieni di odio. La faccenda è deflagrata quando la TIU lo ha chiamato a testimoniare nei processi a carico di Nicolas Kicker, Federico Coria e Patricio Heras. Li ha visti, in videoconferenza, mentre rispondeva alle domande degli investigatori. A condanne avvenute, lo hanno preso di mira. Gli avvocati della controparte hanno insinuato che li avesse coinvolti perché non aveva un buon rapporto con loro. Non era vero. Semplicemente, la TIU aveva messo le mani sul telefono del corruttore e aveva trovato certi numeri in rubrica. Ma questo, nello spogliatoio, non si sapeva. O si negava. In preda all’ansia, Trungelliti ha sentito il bisogno di liberarsi. Lo scorso aprile, Associated Press ha inviato un giornalista a casa sua, ad Andorra, per farsi raccontare la storia. Lui ha manifestato una certa delusione per il comportamento della Tennis Integrity Unit che, a suo dire, lo aveva sfruttato e mai protetto. Un paio di settimane dopo, finalmente, hanno diffuso un comunicato in cui sottolineavano il suo comportamento impeccabile e senza alcun interesse personale, se non la tutela dello sport.

John McEnroe su Marco Trungelliti

Un fatto storico, visto che in oltre dieci anni non avevano mai rilasciato commenti sulla propria attività, scegliendo un rigoroso riserbo. Le frasi della TIU profumano di balsamo per chi ama l’integrità. Hanno sintetizzato i fatti in tre punti: 1. Il signor Trungelliti ha volontariamente segnalato un tentativo di corruzione ricevuto da una terza parte, in linea con quanto segnalato dal programma anti-corruzione, firmato da tutti i professionisti. 2. In nessun momento il signor Trungelliti è stato oggetto di indagini, accuse o sanzioni da parte della TIU. 3. Il signor Trungelliti non ha mai ricevuto pagamenti per le informazioni fornite. Inoltre, non ha mai richiesto, e nemmeno gli è stato offerto, qualsiasi tipo di patteggiamento o altro accordo con la TIU. In ogni momento, il signor Trungelliti ha agito con il massimo livello di integrità e pensando all’interesse dello sport». Una bella risposta a Sergiy Stakhovsky, membro del Players Council, che aveva messo in dubbio il comportamento di Trungelliti, sostenendo quanto fosse sottile il confine tra spione e whistleblower. Quest’ultima parola non ha una traduzione italiana e viene definita così dall’Accademia della Crusca: «Una persona che, lavorando all’interno di un’organizzazione, di un’azienda pubblica o privata si trova ad essere testimone di un comportamento irregolare, illegale, potenzialmente dannoso per la collettività e decide di segnalarlo all’interno dell’azienda stessa o all’autorità giudiziaria o all’attenzione dei media, per porre fine a quel comportamento». Ecco, Trungelliti è il primo whistleblower nella storia del tennis. Purtroppo è rimasto solo. Dopo il comunicato della TIU, ha affidato a Instagram le sue impressioni: «Quello che ho dovuto passare mostra quanto sia distorta la linea tra il bene e il male nel mondo del tennis. Sembra che questo problema sia un tabù più di quanto pensassi e che bisogna osservare in silenzio il modus operandi. Ognuno continua il suo cammino come se il problema non esistesse, quando in realtà c’è un sistema di corruzione che viaggia in parallelo. Mi piacerebbe che si smettesse di parlare di quello che è successo e ci si concentrasse su quello che ho fatto: la denuncia. Così si potrebbe capire come e perché si è arrivati a un tale livello di normalizzazione della corruzione. Affinché le cose cambino e migliorino, dobbiamo iniziare ad accettare che qualcosa non funziona e, soprattutto, a non essere egoisti. Bisogna pensare a un modo per migliorare il sistema, in modo che non sia più possibile aggiustare le partite. Come ultima cosa, ma non meno importante, vorrei che questo serva da esempio, affinché a nessuno succeda quello che è successo a me». Ha avuto il coraggio, ancora una volta, di sottolineare che la corruzione, le partite truccate e il denaro sporco fanno parte del mondo del tennis.

Da quando le scommesse sono diventate un fenomeno di massa, accessibile a tutti grazie al web, il tennis è uno degli sport a maggior rischio. Il motivo è semplice: essendo una disciplina individuale, non c’è bisogno di mettere d’accordo più atleti per aggiustare un risultato. Basta che un singolo giocatore decida di vendersi una partita (o magari un set) e il gioco è fatto: operazione tanto semplice, quanto complicata da scovare. Talvolta capita che l’andamento delle quote di una partita sia talmente anomalo (esempio tipico: viene dato per favorito un giocatore nettamente in svantaggio) che scatta l’allarme integrità. Nel 2007, fece scalpore il match tra Nikolay Davydenko e Martin Vassallo Arguello, secondo turno del torneo di Sopot, Polonia, vinto a sorpresa dall’argentino, numero 87 ATP, che approfittò del ritiro del russo sul punteggio di 6-2 3-6 1-2. Furono scommessi oltre quattro milioni di euro su Betfair, fatto che insospettì gli analisti dell’agenzia di betting exchange che annullò le puntate, restituì i soldi e aprì un’indagine, avvisando nel frattempo i vertici dell’ATP. Tutto ciò portò alla nascita della Tennis Integrity Unit, corpo investigativo composto (anche) da ex membri di Scotland Yard che vigila - con grande riserbo - sull’integrità del tennis, cercando di scovare le irregolarità. In oltre dieci anni di attività si sono susseguite voci e inchieste, ma nessun nome davvero importante è caduto nella rete della TIU. Il giocatore di miglior classifica mai squalificato è stato l’argentino Nicolas Kicker, classe 1992, best ranking al numero 78 nel giugno del 2017; l’anno successivo è stato squalificato per sei anni (ridotti a tre, potrà tornare a giocare nel maggio del 2021) e condannato a pagare un’ammenda di 25.000 dollari I fatti legati al combine di match sono avvenuti al Challenger di Padova e Barranquilla, Colombia, nel 2015. Un report di oltre mille pagine, redatto da una commissione indipendente, ha evidenziato come alla TIU manchino le risorse necessarie per svolgere un lavoro capillare e ha suggerito di eliminare i livescore dai tornei più piccoli (però proprio le società di scommesse sono importanti partner commerciali dei tornei ed eliminare questo servizio comprometterebbe il business reciproco). Sarebbero proprio gli eventi con un montepremi più basso, infatti, a correre il maggior rischio di combine. È normale: con pochissimi dollari in palio, la possibilità di intascare soldi facili è molto ghiotta per i giocatori. Per contrastare il fenomeno, la TIU ha stretto un accordo con le principali agenzie di scommesse, le quali avvisano in caso di match sospetti e sta gradualmente aumentando il proprio organico: attualmente è composta da 17 investigatori. Nel processo a carico di quest’ultimo, ha testimoniato Marco Trungelliti.

Pare dunque lapalissiano che qualcuno si insozzi le mani direttamente, ma va ritenuto complice anche chi volta la testa dall’altra parte. Sui social network gira un meme che piacerebbe molto a Trungelliti: «Di questo passo, ci toccherà chiedere scusa per essere persone serie». Lui ha scelto di esserlo, di fuggire dall’ipocrisia di chi offre soldi per truccare le partite, o di quei colleghi che sparlano di chi cede alla corruzione e poi ci condividono pasti e allenamenti. Trungelliti ha scelto di stare dalla parte dei giusti. E pazienza se non gli tributeranno il premio fair-play o non lo inviteranno alle ATP Finals. Si dice spesso che il tennis non è il calcio e questa storia lo ha confermato: peccato che stavolta, però, sia meglio il calcio.

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