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30/10/2009

Andre Agassi: la storia!

Andre Agassi: la storia!

 

Erroneamente attribuito ad Agassi “Image is everything”, l’immagine è tutto, è invece la frase a effetto di un pubblicitario che confezionò uno spot per un nuovo modello di macchina fotografica Canon nel 1990. Un successone: Andre con cresta e occhiali da sole, del resto, rappresentò per un decennio l’incarnazione di quel detto. Il Kid nacque come un punk prestato al tennis: capelli ossigenati con cresta ritta sulla capoccia e chioma sulle spalle; abbigliamento casual con il marchio di fabbrica dei jeans strappati a sostituire i vetusti pantaloncini con bottone.

L’Agassi minorenne vestiva a modo suo, un Johnny Rotten d’Oltreoceano che appoggiava le scarpe sulla scrivania, masticava gomme a fauci spalancate e avrebbe usato le polo Fred Perry al più come asciugamani. Nel 1988 la multinazionale Nike fece ciò che la Virgin avrebbe voluto fare ai Sex Pistols di Rotten: lo mise a regime con le sue armi e una palata di soldi. I jeans strappati a macchina, le scarpe bianche e grigie fi nto-basket-Bronx. Poi si mise a dettare legge, l’azienda del baffo, confezionando i due completi più celebri del secolo scorso, quello viola-nero e l’altro, giallo pappagallo, con jeans e scaldamuscoli. E la fascetta.

Quel primo Andre, con l’orecchino triangolare e la catena al collo, amava mettersi in mostra più di un rapper nero in tutta la sua pacchianeria made in USA. Elogiava la sana spazzatura americana sotto forma di McDonald’s (diceva di odiare l’Europa perché sapeva di vecchio e soprattutto perché non gli riusciva quasi mai di trovare, nelle capitali del Vecchio Continente, un po’ di Mac Schifezze da addentare nei pressi degli alberghi). Dopo il successo a Wimbledon si comprò un Lockheed Jet Star 791 da dieci posti col quale spostarsi da un torneo all’altro: sulla coda fece stampigliare la sigla del velivolo, N-792AA (luglio ’92, mese del trionfo, e Andre Agassi). Anni dopo lo avrebbe venduto: la manutenzione costava troppo, anche per un multimilionario come lui.

Quell’Agassi un po’ pagliaccio e un po’ primadonna, più attento alle ciocche che alle palle break, era un campione turbato da un desiderio di gloria solo in parte soddisfatto; i milioni degli sponsor, che gli si attaccarono addosso come sanguisughe avendone intuito le sconfinate qualità promozionali, fecero la sua fortuna e ne frenarono, al contempo, la corsa sportiva. Nel 1995 il taglio di capelli più discusso dell’umanità dopo quello di Sansone restituì un nuovo Andre.

Stretto nei suoi abiti di scena, costretto a indossare il cappellino anche di notte per nascondere una calvizie che avrebbe fatto a pugni col personaggio costruitogli addosso, Andre approfittò del cambio di stagione e di allenatore per dare un taglio, una rapata al passato e si presentò in Australia calvo, col pizzetto e un nuovo mood, come piace dire agli yankee. Più riflessivo, più accondiscendente, più saggio, iniziò a dare spazio al lato più profondo della sua personalità senza doversi sentire obbligato a restituire l’attenzione morbosa del pubblico con lo show fi ne a se stesso. Vinse l’Atp Award intitolato ad Arthur Ashe per i progetti umanitari messi a punto dalla sua Fondazione e gestiti dall’amico di infanzia Perry Rogers.

In quell’anno di folgorazione la sorella più vecchia, Rita, perse il marito, che altri non era se non il leggendario Pancho Gonzalez, uno dei campioni più famosi di tutti i tempi. Andre pagò i suoi funerali; poco prima aveva aiutato Pete a reggere la bara di Tim Gullikson, il coach di Sampras prematuramente scomparso. Agassi Due smise di passare ore davanti allo specchio, imparò (parole sue) la differenza che c’è tra mangiare e ingozzarsi, scoprì e toccò le bellezze e i mali del mondo avendo perso la prospettiva Vegas-centrica della sua esistenza.

Continuò a guadagnare copertine su copertine ma la collezione dei suoi completini, via via meno stravaganti, fece sempre meno notizia così come i gioielli, a poco a poco spariti dal suo abbigliamento e le bizzarrie che, nel giro di poco tempo, furono accantonati. Mise tutto in uno scatolone, il nuovo Andre, insieme ai jeans sbrindellati, alla Donnay fluorescente e alla bandana, ultimo vezzo (e rimedio allo choc proprio e altrui della testa calva) adottato e lasciato, però, nel giro di un paio di stagioni.

La crisi del 1997-98 lo portò a farsi crescere un barbone da rabbino ma nessuno sponsor glielo ordinò. Nel 2005, dopo 17 anni di partnership, Agassi e Nike si diedero l’addio. Centoventi milioni di dollari fu la cifra sborsata dal quartier generale di Boston per appaltare quasi un ventennio del metro e ottanta di atleta più ambito del tennis. Andre, nel frattempo, era diventato un’altra persona. Un marito e un padre, prima di tutto; uno sportivo realizzato. Passò a vestire Adidas.

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