LA RIVISTA IN EDICOLA - Febbraio 2012
30/10/2009

Andre Agassi: la storia!

Andre Agassi: la storia!

 

“Hit that ball, son. Hard, hard!”. “Colpisci quella palla fi gliolo, forte!” Frotte di allenatori, psicologi del tennis, teorizzatori della meccanica del colpo, attenti e scrupolosi analizzatori delle tecniche di allenamento impallidiscono a tutt’oggi nel pensare agli insegnamenti preistorici, platealmente effi caci di Emmanuel Agassian, alias Mike Agassi. Eppure il primo, l’unico, il vero mentore di Andre, colui che forgiò le avvisaglie campione che covavano nel braccio e negli occhi di un bambino vispo e reattivo come pochi fu quel papà dal pensiero disarmante, elementare. Macinare decine di cesti ricolmi di sfere gialle. Più di tremila pallate al giorno destinate al povero pargolo, sì in età prescolare ma suffi scientemente adulto per affrontare sedute di massacrante hitting; al diavolo stage, clinic, corsi, convegni e full immersion: appena qualche dollaro per una borsata di videocassette, comuni nastri registrati con i fi lmati dei colpi dei campioni.

Quelli di Borg, McEnroe, Lendl e più avanti, a carriera iniziata e nonostante l’egida del guru Bollettieri, i primi ruggiti di Boris, per copiare il segreto di trovare sempre la palla in anticipo, coi piedi nel campo. Prima dei dieci anni Andre aveva già diviso il campo con Bobby Riggs, Jimbo Connors, Roscoe Tanner e poi Gerulaitis, Panatta, Gottfried... Una sorta di fenomeno da baraccone che i campioni erano felici di incontrare se si trovavano a passare dalle parti di Las Vegas. Connors, nell’anno del suo primo Wimbledon, scambiò con il piccolo prodigio qualche palla e poi disse: “Quando questo bimbo crescerà e mi batterà allora sì che sarò pronto per il ritiro”. Sarebbe stato accontentato. Peggio: nei quarti di finale degli US Open 1989 Jimbo perse in cinque set da Andre che, a un cambio di campo, disse rivolto al suo angolo che stava perdendo due set apposta per vincere al quinto. Ucciso con le sue armi, il povero Connors.

Mike era un sognatore, un uomo determinato, per alcuni un fanatico ma senza dubbio una persona intelligente. Capì che la sua guida non rappresentava il non plus ultra per Andre Kirk e prese il tredicenne campioncino portandolo per la collottola alla corte di Nicholas James Bollettieri, da una vita Nick. Questo Bollettieri, ex luogotenente dell’esercito americano, ex studente di legge mai laureato a Miami, tra alterne fortune aveva trovato la sua strada come allenatore di talenti in un club del Wisconsin. Nel 1981 investì i suoi risparmi a Bradenton, in Florida, acquistando ottocentomila metri quadri a Manatee County e fondando quella che oggi è la più celebre tennis academy del mondo. Bollettieri, un segugio della racchetta, comprese subito di essersi trovato per le mani un Koh-i-noor da sgrezzare. E lo fece: aveva da guardare tanti altri campioni in divenire, tra tutti Jim (Courier), Monica (Seles) ma Andre era il suo pupillo.

A vent’anni, con nove tornei alle spalle in una manciata di mesi dopo l’esordio, Agassi compariva nella lista dei primi cento e se affrontava i dinosauri del tennis in quella maniera, brevettando il “corri e tira” e, per sé, il nomignolo di Flipper, buona parte del merito va al maestro. All’accademia lo zingaro Agassi ne aveva combinate di tutti i colori: si ribellava alla disciplina paramilitare, faceva il possibile per farsi rispedire a casa. Una notte scappò via e andò a fumare in giro. Mangiava male, vestiva peggio.

Poi, l’anno successivo, si ritirò per la prima volta dalla professione: successe a Washington D.C. quando perse  inaccettabile, per la sua spocchia giovanile - da Partick Kuhnen e lasciò tutto. Per un paio di giorni, finché Bollettieri non lo rimise sui binari spiegandogli che non di sola cresta punk, orecchini e jeans strappati viveva un campione, e che poteva capitare di battere Pat Cash e di perdere da Cancellotti senza doversi per questo credere il nuovo Laver né l’ultimo dei brocchi. Fu un rapporto tra padre adottivo e figlio, con litigi e riappacificazioni; senza Bollettieri Agassi non sarebbe stato proprio Agassi, con quel servizietto ai due all’ora e i versacci in origine inversamente proporzionali alla rapidità della palla.

Senza Agassi Bollettieri non sarebbe Bollettieri, perché la tendenza a dimenticare le fi le di ragazzi con sogni di gloria che non hanno trovato la loro strada neppure frequentando la corte di Nick si giustifica proprio con la rivoluzione presentata al mondo nella persona di quello strepitoso iranamericano, che gli valse la fama di Re Mida. Bollettieri insistette per rendere la prima palla di AA un’arma decisiva nel comandare il gioco e appesantì di anno in anno le due “pizze” da fondocampo dell’irsuto allievo. Diceva Lendl, sull’Agassi prima maniera: “Non capisco tanto grugnire. Se lo fa mentre tira un vincente d’accordo, ma non è che gli capiti poi tanto spesso”. Quell’Agassi in costruzione, tuttavia, schifato da Wimbledon, sarebbe morto all’inizio degli anni Novanta e rinato proprio sui prati che aveva maledetto e disertato. E fu lì che, all’incantesimo rotto del primo Slam tolto a Londra dalle mani di Ivanisevic, qualcosa tra il padre putativo e il figlio si ruppe. Andre, ancora oggi, non sa spiegarlo. Bollettieri rimpiange quella lettera di licenziamento con la quale mise fine ai dieci anni più proficui della sua carriera a bordocampo; ma era nell’ordine delle cose che l’Agassi forgiato cercasse nuovi traguardi, nuove persone, un ambiente nuovo. Il ribollire del sangue adolescenziale era un ricordo, in quel 1993 nel quale i due si dissero addio.

Brad Gilbert, il tennista avvoltoio, era lì, pronto a catturare la più grossa preda della vita: un fenomeno disorientato, sovrappeso, un campione smozzicato, da poco operato al polso e incerto sul da farsi a ventitré anni. Tanto sveglio e spietato nella carriera appena chiusa quanto risoluto nei panni di coach, Gilbert fu l’agente chimico della Andre-reazione. Lo prese di brutto, gli chiese se avesse intenzione di ributtarsi

a testa bassa nel tennis e lo convinse che tutti i tornei, nessuno escluso potevano diventare suoi. Accolse a braccia aperte nel novello team Gil Reyes, una montagna di preparatore atletico che portava Andrea correre il giorno di Natale, e che lo spronava a scollinare con l’aiuto delle sole gambe la mattina di Capodanno mentre gli umani se la dormivano dopo i bagordi.

“Se sei più forte fai le cose meglio”: altro concetto lapalissiano che Andre digerì meglio di quanto non inghiottisse gli hamburger negli anni ’80. Il bilancio dell’era Gilbert fu strepitoso: Agassi smise di fare a gara con l’inarrivabile servizio di Sampras, si concentrò sull’intensità e sul lavoro atletico diventando una macchina sparapalle buona per il primo US Open (1994), il primo Australian Open (1995), la prima volta da numero uno del mondo. Mike Agassi non lo amava ma dovrebbe fargli un monumento: “Brad parla sempre. In continuazione. Colpisce una palla e poi si ferma mezz’ora a parlare, a spiegare, a puntualizzare”. Chissà, non l’avesse fatto forse Andre non verrebbe considerato il miglior analista di una partita mai sceso su un rettangolo. Certamente quello col crestone da pappagallo non lo era. Il binomio vincente durò otto anni e fruttò sei Slam, uno dei quali, l’unico Roland Garros del Kid, attribuito esplicitamente al merito di Gilbert. Nel Duemiladue la reazione si esaurì e il binomio si sciolse. “Brad - raccontò Andre - mi ha insegnato come si gioca una partita a tennis. È il miglior allenatore della storia”.

Non lo è Darren Cahill, pur essendo stato l’uomo giusto al momento giusto. Per un Agassi maturo, che non pensava più a sfoggiare anelli pacchiani e alla rivoluzione sociale dei Clash ma cui piaceva discettare delle somiglianze intercorrenti tra un’equazione e tie-break contro Kuerten nessuno come il quieto australiano, buon giocatore negli anni Ottanta, poteva garantire saggi consigli in quantità, una guida sobria e una messe di insegnamenti raccolta accompagnando nei suoi anni ruggenti una belva in cattività come Lleyton Hewitt. Darren il fl emmatico non ha avuto alcun bisogno di incattivire e aizzare il suo protetto né di inventarsi alcunché: a trentadue anni Andre aveva vinto tutto e si trovava a essere nonno in mezzo ai ragazzi del Terzo Millennio, proprio come Hewitt, Roddick, Federer. La loro sfi da era chiara: restare lì, tra i migliori. Conti alla mano, mister Cahill ha compiuto la missione.

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